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25/09/2011

MARATONA DI BERLINO

SCARA MAKAU

Non avevo bisogno di questa occasione per misurare il tasso di cultura sportiva dell'Italia, ma non trovare nella home della Gazza uno straccio di pezzo (solo una fotonotizia, quindi due righe) sul nuovo record mondiale della maratona mi provoca uno stravolgimento interiore. Vabbuo', sappiate che tale Patrick Makau, 26 anni, keniano, ha tolto il record a Gebre (a Gebre!) correndo in 2h 03' 38" (21 secondi meglio di Gebre) alla spaventosa media di 2' 56" al chilometro, una roba che solo a pensarci mi viene un capogiro, e non solo perchè non corro da 56 fottuti giorni e il parlare di corsa mi provoca uno stordimento concettuale. Anch'io, a volte, corro a 2' 56", anche se per poche decine di metri: capita quando affronto discese con pendenza del 20% e tra l'altro dopo un po' rallento, perché mi sento come Ghedina nella Mausfalle e mi assale la paura di rotolare a valle. Ora, cara Gazza, capisco che la vittoria del doppio Bracciali-Starace al torneo di Bucarest sia un notizione ma, diobono, rendi edotti i tuoi lettori che nel mondo capitano cose clamorose che non contemplino la presenza di un pallone o di una pallina.

Mi piace anche sottolineare che tra le donne (ha vinto la Kiplagat in 2h 19', minchia, terza Radcliffe, sesta Incerti e settima Console) è arrivata ottava Valeria Straneo in 2h 26' 33", con un passaggio in 1h 13' 13" alla mezza (ha corso le due metà quasi allo stesso preciso tempo, solo questo è da applausi). Valeria Straneo, sconosciuta al di fuori dell'ambiente podistico, è una quasi normale: nel senso che è ovviamente un'atleta con i controcazzi, ma ha 35 anni, un lavoro e una famiglia. Anzi, per la famiglia praticamente è stata ferma tre anni di fila (nel 2005 e nel 2007 ha fatto due figli) e poi nel 2010 si è sottoposta a un intervento per risolvere un problema congenito che le provocava l'anemia. Lavora in un asilo nido. Poi torna a casa e ha un altro asilo nido (due figli piccoli) di cui occuparsi. Nel frattempo trova il tempo di allenarsi e gareggiare, e di fare 2h 26' a Berlino che potrebbe valergli un posto alle Olimpiadi (se il minimo fosse lo stesso di Pechino, è già un paio di minuti sotto). La Gazza però parla d'altro. Anche di poker, avvertendoci che al Pgp c'è il vuoto dietro Amatruda. Fuck you, little Gazz.

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12/04/2011

MILANO CITY MARATHON

 

DE COUBERTIN SAREBBE FIERO DI ME

(SOLO LUI)

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La principale ragione per cui ho corso la maratona di Milano è, appunto, che era a Milano. Non avevo lo stress del viaggio. Per il resto, perchè l'ho corsa, essendo quasi sicuro in partenza che sarebbe andata male e che forse non l'avrei manco finita? Ecco, la seconda ragione sta in quel "quasi". E poi? Terza ragione: perché volevo la medaglia, che non era una medaglia qualunque ma era la decima. Quarta ragione: perché correre una maratona è sempre una gran cosa, anche se non stai bene. Quinta ragione: perchè a quel punto potevo giocare con l'asticella delle difficoltà. Ho corso maratone al freddo e sotto la pioggia (Tokyo, Firenze, Reggio Emilia), senza chiudere occhio la notte prima (Tokyio, Roma, Firenze), sfiorando lo svenimento mezz'ora prima del via (Reggio Emilia), a sei/otto ore di fuso non riassorbito (New York, Tokyo): perchè non correre dopo due settimane di virus para-influenzale e con ancora un po' raffreddore e un po' tosse e con un caldo da mese di giugno (Milano 2011)?

Così è stata la mia maratona più zen: ero serenamente rassegnato a ogni evenienza, compresa quella di rinunciare a partire e riprendere il metrò (ammesso di ritrovarlo tra i padiglioni della fiera di Rho). E invece sono partito, non dopo avere abbracciato il londinese Valerio e congedando lo scalpitante Maurizio 1 con cui l'ho preparata (inutilmente, cazzo) per tutto l'inverno, e mi sono fatto i miei primi 10 km a passo da primato personale, restando sotto i 5 al km. Al km 9, come previsto, c'è M. che mi dà un cinque. All'11mo estraggo dal mio marsupio di sopravvivenza (fazzoletti, gel enervit, soldi per il taxi) il telefonino e chiamo D., my brother in marathon, che mi attende al 19mo, per rassicurarlo che sono vivo e in tabella. Al 18mo però mi accorgo che sto calando, e quando con D. passo alla mezza mi rendo conto che la situescion mi sta sfuggendo di mano e sono appena sopra l'1h 47', cioè due minuti e mezzo in più rispetto al passo da personal best. Lì capisco che non è cosa, e avverto il mio scudiero che la scimmia si sta appoggiando sopra la mia spalla destra. Al 20mo passiamo all'Arena, potrei ritirarmi lì e andare bello paciarotto a ritirare i miei effetti personali, ma non lo faccio.

Al 24mo c'è Maurizio 2, il mio coach virtuale, che vedendomi arrivare comincia a farmi il culo. Non so da cosa l'abbia capito, ma per incoraggiarmi mi dice che sto facendo una corsa insensata vai vai vai che corsa assurda vai vai vai. Certa gente è troppo avanti. Al 26mo c'è il passaggio cruciale in piazza Duomo. D. mi abbandona, taglia il percorso e mi dà appuntamento al 36mo. Io potrei ritirarmi lì, prendere quella bella strada dritta che arriva al castello e andare bello paciarotto a ritirare i miei effetti personale, ma non lo faccio.

Al 27mo, a 15 fottuti km dall'arrivo, sento le gambe diventare di uno strano materiale: un po' roccia lavica, un po' palline dell'Ikea, un po' uranio impoverito, un po' frappè alla banana. E prendo una decisione zen:

"Settoreh, da qui in poi metodo Galloway".

Cioè mi metto a camminare per un minuto, durante il quale le mie gambine riprendono conformazione flesh & blood, e a correre per cinque. Riacquisto vigore e fiducia, ma il metodo Galloway puro dura giusto una ventina di minuti. Poi comincio a camminare er un minuto e correre quattro, poi tre, poi due, poi uno. Cammino un minuto e corro un minuto. Quando mi accorgo di essere approdato al metodo Galloway "special edition Daniela Santanchè" vengo preso da oscuri presagi. Basta, mi fermo. Ma non so dove sono. Quindi proseguo.

Arrivo non so come al ristoro del 35mo, dove c'è Paolo Green Pea che cerca inutilmente di incoraggiarmi. Sono talmente zen che prendo mezzo arancio, mezza banana, due bicchieri di integratori e poi mi infilo in un wc chimico con una tale flemma che se avessi avuto la Gazza mi sarei letto tutte le pagelle di Inter-Chievo.

Mi squilla il cellulare. "Figa, sei vivo?" "Sì, un attimo, arrivo". Al 36mo D. mi riprende in consegna ma gli dico subito che da lì in poi si sarebbe seguito il metodo Galloway "special edition Giuliano Ferrara": 30 secondi di corsa e tre minuti di cammino. Mentre con D. passeggiamo che sembriamo Ibra e Piquè, da dietro arriva uno che fa:

"Ciao Settore, forza Milan".

Gli prendo il numero di targa: si chiama Tommaso ma lì per lì non lo riconosco. Troverò ore dopo un suo messaggio su Facebook in cui mi spiega che è milanista e che mi ha superato perchè stava facendo la staffetta, mica la maratona intera come ammè. Al 37mo incontro Marco che mi dà una bottiglietta d'acqua, mi dice che non è partito perchè gli è venuto la squaqquerone di notte e che ha visto svenire dieci persone, di cui tre top runner. Al 38mo pensavo di essere al 39mo e mi viene una botta di tristezza. Poi finalmente vedo e tocco il 40mo vero in corso Sempione, dove mangio un vassoio di frutta, poi raggiungo il 41mo che passo baldanzoso come Thiago Motta al rientro da uno stiramento e poi il 42mo. Sprinto, corro gli ultimi 195 metri, passo il traguardo, mi faccio infilare la medaglia, vado a cambiarmi. Ho fatto cagare ma sono contento. Mentre mangio una pizza con  C., D. e Maurizio 1 sto già architettando viaggi al Nord Est in cerca di maratone meno crudeli. Finchè parti e finchè arrivi, hai la certezza di essere vivo.

09/04/2011

MILANO

GELSENKIRCHEN MARATHON

Con pochissime speranze, ma a testa alta. Praticamente come l'Inter a Gelsenkirchen, io domani mi faccio 'sta maratona di Milano in condizioni pessime dopo averla minuziosamente preparata. In più farà un caldo esagerato. Vabbe', non può andare sempre tutto liscio. Se domani qualcuno avesse dell'Olio 31 da farmi inalare in corsa, mi trova qui. Se qualcuno si offre per venirmi a recuperare dove e quando mi ritiro, mi contatti. Viva l'Inter, viva il podismo, abbasso le affezioni multiple alle vie respiratore, viva l'Italia.

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05/04/2011

PODISMO E SALUTE

MEDICINA OGGI

La bellezza di questo blog è che con tutti i casini che ci sono - l'Inter che perde il derby, l'Inter che gioca in Champions, l'esodo dal Maghreb, il Giappone radioattivo, Ruby ecc. ecc. - sono stato subissato da mail e messaggi di conforto e solidarietà sulla terribile sfiga che mi ha colpito, e cioè il mal di gola, la tosse, il raffreddore e il senso di spossatezza all'immediata vigilia non di una passeggiata col cane ma di una fottuta maratona. Ne è venuta fuori una piccola enciclopedia medica fai-da-te che dipinge uno straordinario affresco di questo blog, dei suoi frequentatori e, per estensione, di questo farlocchissimo paese chiamato Italia.

Ecco dunque i vostri consigli. Sono meglio dell'inserto salute di Repubblica.

Propoli. Mi scrive Valerio da Londra, il maratoneta che già conoscete, quasi scusandosi per la banalità: ma hai provato la propoli?

Placche in gola, mal di gola
Bruciore di gola che non passa mai
Colpa delle polveri sottili, o colpa di un colpo d’aria.
Provo propoli, sciroppo propoli, pasticche
Provo provo provo propoli spray
Ma nemmeno la potenza delle api può far
Nulla nulla nulla di nulla

(Elio e le Storie Tese - Gargaroz)

La propoli ce l'ho. Mi sono accorto che la spruzzavo in un modo scorretto, e quindi dal nebulizzatore non partiva una sega. Ora va meglio, ho imparato a spruzzare. Ma il problema è che il consiglio di Valerio contiene un upgrade immediato. Devo andare in erboristeria e chiedere non la propoli semplice, ma la tintura madre. Non so, un po' mi vergogno a entrare in erboristeria e fare una richiesta così. Tintura madre.

Actigrip. Mi scrive Anna dalla lontana Puglia:  "Hai provato l'Actigrip. A me fa passare anche la lebbra". Sì, occhei, la lebbra, ma debilita? "No, al limite muori dal sonno". Altra domanda dell'infermiera Anna: la febbre te la sei provata? No, certo che no. Le donne non si fanno mai i cazzi loro.

Inalatore termale. Mi scrive Trizio, che fa il cantante: "Ti consiglio l'uso di un inalatore termale (ok, il nome e' un po' inquietante ed evoca il celeberrimo anal intruder di Top Secret...), e' un apparecchietto che trovi in farmacia e che produce vapore caldo. in sostanza, e' una forma super dopata dei suffumigi che non servono a un cavolo. Si usa con additivi come Fomentil o Calyptol. Ti posso garantire che dopo un paio di giorni (va fatto 2-3 volte al giorno) starai meglio, a me ha cambiato la vita". Massì, me lo prendo per la prossima volta, così eviterò di rompere il cazzo a mezza Italia.

Fieno in cascina. Mi scrive Marco, milanista affettuoso: "Non mollare, fieno in cascina ne hai messo, si tratta solo di dare una tiratina a lucido della carrozzeria e vedrai che le gambe gireranno da sole". E' la frase che ogni moribondo vorrebbe sentirsi dire.

Vitamina C. Mi telefona affranto il mio fratellino D., che tra l'altro si è impegnato a farmi da lepre nella seconda parte della maratona: "Agrumi, agrumi". Mi sono fatto una spremuta, bro. "No una spremuta. Chili di agrumi. Comprati una retina di mandaranci e mangiali a nastro". Il podismo è sofferenza.

Sì antibiotici. Scrive Anna Maria: "Ho assunto medicinali di ogni genere: antibiotici, antistaminici, antiallergici, aerosol con acqua di Sirmione. Alla fine, dopo circa due mesi di agonia, con la modica cifra di 3,50 euro ho acquistato una scatoletta di Bentelan 1 mg, una mattina e una a sera e in una settimana circa ho risolto il problema!"

No chinolonici. Interviene Vincere e vinceremo: "Sector curati che domenica fai il tempo (tanto l'ultima settimana è di scarico no?). Unica precauzione evita ciproxin noroxin e compagni (antibiotici chinolonici) che possono fottere i tendini. Respira col naso (se puoi e finchè ce la fai)". Respira col naso, eggià. Mi viene il fiatone sulle scale. Non a salirle, a scenderle. 

Sì antibiotici/2. Scrive Gianni. "Settore, se vai avanti così potresti anche morire, altrochè maratona. Sarà meglio che ti fai prescrivere un bell'antibiotico, che almeno uno ce n'è per tutti. Comincerei con 2 grammi di augmentin! Un po' di integratori e fermenti e domenica vai a fare 'sta corsetta". Ne approfitto per ricordare che la maratona è lunga 42,195 km, corsetta un par di palle.

Morte. Il Gaggio, nel solito intervento lungo settecento righe, mi paventa la simpatica possibilità di avere contratto una forma di tubercolosi.

Olio 31. E' il caso più inquietante. Scrive Igor (non dimentichiamo che è milanista): "Urge dose massiccia di Olio 31 della Just: te ne ingurgiti 4/5 gocce a crudo - è un'esperienza abominevole, lo so, ma va fatta - e contemporaneamente te ne spalmi una discreta quantità sul collo all'altezza del pomo d'adamo, sotto il mento e dietro le orecchie. Inoltre una bella sniffata potente (una per narice) direttamente dal flacone aperto. Per i primi 10 minuti rimpiangerai di essere nato, ma il suo effetto benefico non tarderà ad arrivare".

No Olio 31. La proposta di Igor scatena il finimondo. Si becca del pazzo, del deviato mentale e del dottor Mengele. Nessun uomo al mondo ha mai ingurgitato Olio 31 allo stato puro. Chi lo ha fatto - dicunt - è morto dopo atroci tormenti, anche se con il naso libero.

Olio 31 diritto di replica: Igor rincara la dose: "L'Olio 31 è l'arma finale. Tutti i prodotti della Just sono miracolosi. Io per esempio uso la Crema Piedi per l'herpes alle labbra". Dopo questa rivelazione, che trovo particolarmente affascinante, ho chiamato Piero Angela chiedendogli di dedicare una puntata di Quark a Olio 31.

Problemi Olio 31. Dove trovare Olio 31? E' difficile. Il canale ufficiale di vendita è il party. Ti iscrivi on line e chiedi di ospitarne uno a casa tua. Lì confluiranno il venditore e una serie di donne assatanate che dopo un po' inizieranno a testare i prodotti Just tra di loro e su di te. Questo me l'ha raccontato Oldman, ma non ci credo.

Alternativa. Scrive Tom 960. "C'è anche l'Olbas,venduto nelle farmacie svizzere". Magari lo prendo quando vado alla Stralugano.

Medicina tradizionale. Scrive Bandini: "Only one solution: Zitromax: 3 pastiglie, una al dì (altro che 6). Ti tronca pure i batteri ancora sconosciuti alla scienza, e non debilita. Giuro non prendo soldi da costoro, e nelle mie vene scorre il sangue di generazioni di medici". Questa me la segno per la prossima volta che cadrò in punto di morte.

Rosmarino. Mi scrive la sempre cara Ehvvivi: "A me l'Olio31 fa 'na sega, ma l'essenza di rosmarino è potente. Stura anche il naso dei vicini ogni volta che lo uso".

Dio. Mi chiama Dste, molto preoccupato. Dopo un po' di piagnisteo, lo convinco a benedirmi via telefono. Lui ha dei dubbi procedurali e chiede di poter chiamare un attimo Tettamanzi. Io insisto: ti prego, prendi due candele, imponile a una mia foto su Facebook e fammi la benedizione di San Biagio. L'ho sentito vacillare, poi mi ha detto che doveva andare un attimo a prendere le sigarette e mi avrebbe richiamato dopo. Solo ore più tardi ho realizzato che Dste non fuma.

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04/04/2011

(DON'T) RUN

EMERGENCY

images.jpegA sei giorni - anzi, meno - dalla maratona di Milano, sto veramente di merda. Ma veramente di merda. Non avete idea. Da ormai una decina di giorni ho il raffreddore, cui si sono aggiunti giovedì scorso la tosse e il mal di gola. Per due giorni sono stato afono e parlavo come Maria De Filippi quando ha laringite. In tutto questo lasso di tempo - che ritengo già sufficientemente lungo - non mi è passato nulla. Nulla, n-u-l-l-a. Ho tosse, raffreddore e mal di gola come fosse il primo giorno. Oggi ho battuto il record mondiale stagionale di catarro, una specialità in voga in alcune federazioni del nord. La Banca mondiale del Catarro (Bmc) ha chiesto informazioni all'Oms sull'incremento di produzione del catarro nella bassa Lombardia.  Dopo aver corso 600 fottuti chilometri dal primo gennaio a oggi, e avere battuto di un minuto il personale sulla mezza, e avere  disputato la migliore 30 km della vita, ed essermi allenato tutto l'inverno a temperature assurde, quando tutto sembrava coincidere per completare il mio intimo disegno podistico di maramaldeggiare nella capitale della moda e della 'ndrangheta, ecco che sono a pezzi. Sono il puzzle di me stesso. Ho le gambe mollissime e respiro malissimo e vaffanculo. Se la maratona fosse domani, farei il giro dell'isolato e mi ritirerei. La maratona è domenica, va bene, ma cosa cambia? Non ho mai attraversato una vigilia così tormentata e frustrante. Certo, se l'Inter avesse vinto il derby adesso sarei un bijoux, almeno spiritualmente. Invece ho la forma fisica di Eduardo De Filippo in "Natale in casa Cupiello" e il morale al livello di un iPad2 appoggiato sul parquet. Mi sento un coglione quando metto a bollire l'acqua per fare i suffumigi che non mi sono serviti a un cazzo di niente. E l'antibiotico, savasandìr, non lo posso prendere sennò vorrei vedere voi a correre una maratona dopo sei giorni di antibiotico. Però, allo stato attuale, antibiotico o no, Inter o no, Eduardo De Filippo o no, la mia partecipazione alla maratona che avevo (ormai debbo usare l'imperfetto) preparato meglio sta ormai per andare a farsi fottere, come le Olgettine ad Arcore. Ah, mi sono dimenticato la congiuntivite, ma quella è passata. Addio Milano, e salutami i miei 52 euro.

29/11/2010

FIRENZE MARATHON

CORSO DI SOPRAVVIVENZA

Vedrai che non piove, vedrai che non piove, vedrai che non piove. Mentre mi rigiravo nel letto in preda alla mia tradizionale insonnia pre-gara. sentivo un rumore di scrosci d'acqua che non capivo se erano veri o frutto nella mia immaginazione, o magari sciacquoni di water indistinti. Invece erano veri. E alle sette e mezza, andando ad aspettare inutilmente il bus navetta (tutti gli spostamenti della giornata sono stati fatti rigorosamente a piedi, chilometri e chilometri da aggiungersi ai canonici 42,195), dopo quattro passi plin plin.

"Ti scappava da pisciare?"

No, iniziava a piovere. E non avrebbe più smesso, Quando alle cinque del pomeriggio sono ripartito da Firenze pioveva ancora. Ma alle cinque del pomeriggio la maratona era stata corsa, una bella pizza era finita nello stomaco e l'endorfina se la stava giuocando allegramente con l'acido lattico. Ma alle sette e mezza no, alle sette e mezza la giornata era appena iniziata (e quella prima non era di fatto mai finita: dormito un cazzo). E mentre verso le otto e un quarto stavo consegnando la mia borsa al deposito si è scatenato un acquazzone subtropicale che sarebbe continuato fitto per per un'ora. Nel frattempo - come migliaia di altre persone - sfoggio un elegante look Akuel-Amsa: un sacchetto tipo immondizia con sponsor, buchi per le braccia e cappuccio, aggeggio che di fatto mi salva la vita e mi consente di tornare in temperatura dopo la prima mezz'ora di corsa, durante la quale mi disfo del sacchettone senza nemmeno rallentare con un gesto alla Houdini.

Corro cercando un minimo di regolarità e di non fare caso all'ineluttabile. Non ho dormito e soffro terribilmente l'accoppiata freddo-pantaloni bagnati, che prima o poi - lo so, avviene regolarmente - mi produrrà i crampi. Continua a piovere e non faccio molto caso alle bellezze del percorso. Aspetto l'inizio della fine e ogni tanto mi si scollega il cervello. Fino al 30mo sono in bolla per fare 3h 45', che sarebbe quasi un tempone date le circostanze, ma inizio a rallentare. Al 32mo c'è un ponticello che se trovo l'archietetto lo impalo: pendenza del 302 per cento e, per la prima volta - di un tot di volte -, mi metto a camminare. Al 35mo mi raggiungono due amici con cui faccio conversazione per 500 metri prima di vederli andarsene con una facilità che non è più la mia. Mal di fegato, crampi, freddo. Negli ultimi sette chilometri perdo - lo dice il puntuale servizio di cronometraggio - trecento fottute posizioni. Mi superano ragionieri, commercialisti, pensionati, donne (un fottio) e uno in canottiera che mi umilia concettualmente.

Al che rimango aggrappato all'obiettivo minimissimo: scendere sotto le quattro ore. Ce la faccio per 45 secondi e va bene così. Nel tragitto dal traguardo al deposito borse trascorro uno dei quarti d'ora più sgradevoli della mia vita. Sono distrutto, fradicio e tira un vento gelido. Non arrivo mai a quel cazzo di container. A un certo punto mi si blocca completamente un polpaccio e non riesco più a muovermi, come se avessi messo i piedi nel cemento a presa rapida. Vengo pervaso da pensieri di morte per almeno trenta secondi, quando finalmente il polpaccio torna a dare segni di vitalità e muovo qualche passo incerto. Quando al telefono, mezzo assiderato, apprenderò che l'Inter stava vincendo 5-2, per alcuni attimi non riuscirò a mettere a fuoco i particolari di questa notizia, stupito dal fatto che l'Inter giocasse e che fosse in grado di metterne cinque. Il podismo, quando è estremo, di manda in pappa il cervelletto.

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07/11/2010

MEZZA MARATONA

SAPESSI COM'E' STRANO

(PRODURSI IN UNA MEZZA A CESANO)

Il 10.10.10 - meno di un mese fa - terminavo la mezza maratona di Pavia in preda ai crampi e correndo gli ultimi 500 metri come Pinocchio quando fugge dai gendarmi. E così, finendo in 1h 38' 34" (vi consiglio di appuntarvi da qualche parte questo tempo), mancavo il personale di 17 secondi dopo una gara inaspettata e financo giudiziosa, in cui correvo la seconda metà più veloce della prima, roba da leccarsi i baffi. La storia dei crampi però mi era rimasta qui, e così avevo subito deciso di provare a fare il tempo in un'altra mezza, magari meno difficile e meno ondulata di quella di Pavia. Dopo approfondite ricerche ne trovano una, quella di stamattina:

Cesano Boscone.

Ora, correre a Cesano Boscone nel giorno in cui l'umanità corre a New York è uno straordinario atto di snobismo. Diciamo subito che la mezza maratona di Cesano Boscone è stata molto ben organizzata e tutto è filato molto liscio e faccio i miei complimenti di cuore a quelli del Running Cesanese. Il problema era uno solo:

Cesano Boscone fa cagare.

Non ce l'ho con i cesanesi, cui va tutta la mia solidarietà. Nè voglio lanciarmi in una inutile invettiva contro i casermoni e le periferie di Milano. Diciamo, oggettivamente, che lo scenario non era granchè. Già all'inizio si capisce in che razza di posto ci si fa a ficcare. Le indicazioni: esci all'Ikea e segui per l'Auchan. Diobono. Comunque, who cares? A me importava solo fare il tempo. Partenza affollata, rotonde a non finire, gente lenta mischiata a quella veloce, vabbe', la solita camorria. Poi finalmente prendo il passo. Non mi sento particolarmente in palla, ma vado decorosamente e al decimo chilometro sono sotto la media del record. Punti di riferimento esterni: nessuno. Finestre, cemento, garage, auto parcheggiate, capannoni. Siccome anche il tempo era molto grigio, potete immaginare quale allegria mi permeasse l'animo.

Ma ripeto: chissenefrega? Io debbo solo fare il tempo, mica prendere la cittadinanza di Cesano Boscone. Verso l'undicesimo, il tizio vestito d'arancio che avevo davanti e avevo preso come lepre personale piega verso sinistra, barcolla, si piega e vomita. In effetti c'è un vento freddino e lo stomaco comincia a far male anche a me. Comunque vado, vado, vado finchè Vomitorius, un uomo vero, mi riprende e mi supera. Al che io scelgo un altro compagno di viaggio, uno stangone con il corpo di Meneghin e la faccia di Pierfrancesco Savino. Con lui familiarizzo e faccio conversazione very polite, accordandomi per percorrere un po' di strada assieme al fine di fare il tempo (io, lui se ne fotte). Occhei, mi dice lui. Siamo più o meno al tradicesimo e io gli dico: teniamo Vomitorius, poi al sedicesimo facciamo il punto. Occhei, mi fa lui molto ammirato dalla mia determinazione strategica. Al sedicesimo, in effetti, arriviamo abbastanza bene, ancora in bolla per il record. Ma al diciassettesimo mi viene il morbo di Montezuma: cominciano a farmi male stomaco, milza, fegato e testa.

"Sto per morire. Non si può morire a Cesano Boscone",

dico tra me e me mentre una buzzicona attraversa la strada con un immenso vassoio di paste. Dico a Picchio Meneghin di andare pure, chè sto per ritirarmi e appendere le figa di scarpe al chiodo. Col cazzo, obviously. Rallento un pochino, prendo fiato e dopo un po' mi rimetto in carreggiata. Diciottesimo. Comincio a fare calcoli. Comincio anche a cedere lentamente. Stringo i denti. Mi supera Hulk Hogan, con cui una volta feci gli ultimi due chilometri di Vigevano in un patto solidale che solo il podismo sa produrre. Cerco di tenere Hulk, ma lui va. In compenso mi sto riavvicinando a Picchio Meneghin, mentre Vomitorius è una macchia arancio un po' più avanti. Diciannovesimo. Sono ancora vivo. Cerco di non pensare a quei dieci organi del mio corpo che vorrebbero dirmi

"Ma fermati, vecchio imbecille!"

e vado, vado, vado, ormai piuttosto imbastito ma tutto sommato vitale. Ventesimo. Mi dico: ora se hai i coglioni ti metti a sprintare. Dopo 300 metri riprendo la parola e dico: non ho i coglioni. Ma stringo i denti. Guardo il Garmin, faccio calcoli, ormai sento lo speaker, vedo il gommone, mi fa male la pancia, mi gira la testa, sprinto. Riguardo il Garmin, famelico.

1h 38' 34". Uguale a Pavia.

Mavaffanculo, dico mentre vedo gente che entra all'Auchan come se andasse alla Triennale.

 

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29/08/2010

VITA DA NON-ATLETA

IL POLPO PAULINO

Ieri sera, sabato, poco prima delle ore 24 stavo complimentandomi con la cuoca per la tenerezza di un polpo al vino rosso, che celebravo in maniera barbara finendo a canna una weizen dei fratacchioni bavaresi. Mentre vivevo con nonscialàns questo bel momento di vita e di gastronomia, mi sfuggiva lo sguardo sul mio orologio da polso. E non ero tanto colpito dal fatto che fosse mezzanotte, quanto dalla data. Il 28 cominciava a dare spazio al 29. Cosa dovevo fare il 29? Già, cazzo: cosa dovevo fare il 29?

Al che, in un attimo di lucidità, mi veniva in mente che avevo una corsa. Oggi, domenica 29, alle ore 9. Minchia, dicevo tra me e me mentre pensavo a quanti tentacoli avevo mangiato e a quanta birra avevo bevuto. Considerando che la notte precedente - quella del mesto ritorno dal Principato di Monaco - avevo dormito tipo quattro o cinque ore, e che l'immediata vigilia (nove ore prima!) la stavo vivendo mangiando polpo e bevendo birra trappista, mi stavo già immaginando come sarebbe stata la mia corsa: una cosa vergognosa e ridicola, al termine della quale mi avrebbero tolto la licenza podistica e mi avrebbero squalificato per sei mesi per condotta lasciva.

Dopo sei ore scarse di sonno la sveglia suonava impietosa, e alcuni minuti più tardi mi avviavo al malinconico appuntamento con il mio socio podista. Nelle vie deserte della città venivo assalito dai più foschi presagi: mi ritirerò dopo trecento metri, o sverrò come Dorando - ma dopo solo un paio di chilometri - o morirò come Enrico Toti tirando il Garmin contro il nemico. Per fortuna la trasferta era breve (la gara era in un paese a sei o sette chilometri da Pavia) e, arrivato al tavolo delle iscrizioni, cercavo di convincermi che mi sentivo bene.

In realtà, durante il riscaldamento mi accorgevo di avere due plinti di cemento al posto delle gambe, e un pallone geostazionario al posto dello stomaco, e una zavorra da mongolfiera al posto della pancia. Mi trascinavo per il paesino dove alcuni autoctoni mi scambiavano per Michael Jackson durante il suo proverbiale moonwalk, però in avanti.

Comunque ormai ero lì, mi ero iscritto e vaffanculo. Vado alla partenza, pum!, e parto. Nei primi 500 metri sembravo un uomo alle prese per la prima volta nella vita con la pratica della corsa. Ma il fatto di essere sopravvissuto al primo mezzo chilometro mi dava fiducia. E quindi superavo Ponte, e poi Mottisoli, e poi Bon Jovi, e poi Banati (che parte sempre piano) e poi addirittura Princi. Dopo un chilometro e mezzo tutti i miei tradizionali competitor (categoria podisti decorosi) erano tutti dietro tranne uno, Possanzini.

Quindi mi metto alla caccia di Possanzini. Lo marco stretto per un po', poi lui allunga e decido di lasciarlo sfogare. Nel frattempo Banati fa la sua solita remuntada, ma io nel lasciarlo sfilare supero in maniera del tutto inaspettata Cristoforo (che di solito mi batte) e poi anche Puntuti e Aziz, che mi battono sempre ma si vede che sono appena tornati dalle vacanze. Tutto questo si svolge a metà gruppo. Quelli forti non li vediamo neanche più, but who cares? Ormai il fatto sportivo della giornata è tutto qui, nella sfida tra Possanzini e Settoreh.

E' verso il quinto chilometri che il polpo, che per simpatia chiamerò Paulino, comincia a fare capolino e vuole uscire dal mio stomaco. Ma che cazzo, dico io, sei morto, ti ho mangiato, non mi rompere i coglioni. Eppure sento che si agita, questa merda di Paulino. E Possanzini allunga. Continua a girarsi per vedere dove sono. E probabilmente gode, perché io perdo metro su metro. Polpo del cazzo. E in un momento di particolare difficoltà mi appare questa scena: vedo Paulino sguazzare nell'acquario del mio stomaco intorno alle fototessere mia e di Possanzini, e poi abbracciare quest'ultima. E vedo centinaia di giornali, tv e siti internet dare la notizia:

"Settoreh è fottuto, vince Possanzini. L'ha detto Paulino".

Verso il settimo chilometro torno in me e comincio piano piano a rimontare, ma ogni volta che mi vede a tiro Possanzini allunga. Gli arrivo anche a cinque-sei metri, ma lui scatta. All'ultimo chilometro vengo raggiunto da due tipi mai visti. Mi lascio superare e mi aggancio al treno. Il mio piano è subdolo e fantastico: mi nascondo, stringo i denti, raggiungo Possanzini e lo inculo. E infatti mi avvicino, mi avvicino, mi avvicino... ma lui a un certo punto si gira, mi vede e allunga. Basta, rinuncio: mancano trecento metri e lo lascio andare. Possanzini mi fotte cinque punti, ma io taglio il traguardo tra gli applausi della folla*. Mi fiondo al tavolo del tè e me lo trangugio sentendomi inaspettatamente vivo.

La morale della gara di oggi è: la vita d'atleta è una mistificazione dei produttori di pasta integrale, e se volete mangiare un chilo di polpo e bere un litro di birra nove ore prima della gara, beh, si può. 

*non è vero. Mi ha applaudito solo un anziano compagno di squadra, così, per simpatia.

polpo.jpg

29/04/2010

RITI PRE-GARA

kent.jpgLA CLAMOROSA VICENDA
DI CLARK "SETTOREH" KENT

Ansia prepartita. C'è chi non dorme, chi si ammazza di cibo, chi litiga con tutti, chi entra nel tunnel, chi si imbosca. Io avevo deciso di andare a correre. E vabbe', direte voi, bella forza, che originalità. Certo, sarebbe stato normale. Ma io non sono andato semplicemente a correre:

ho fatto una gara.

A 18 chilometri da casa mia si disputava alle ore 20 del 28 aprile una corsa su strada competitiva sui 6 km, valida per il campionato provinciale Uisp. Ho trascorso alcuni giorni a fare calcoli chilometrici e cronometrici, oltre che a esaminare la questione sotto un profilo squisitamente umano e psicopatologico. La questione era seria: è giusto, nella sera della partita più importante del secolo, andarsene a fare una gara come se nulla fosse? Al termine di complicati ragionamenti che per brevità ometto, alla fine optavo per il sì. Perchè stare in casa a mangiare orociok (o gocciole) a nastro, quando almeno fino all'inizio della partita posso essere occupato in qualcos'altro?

Mi recavo quindi nella località sede dell'importante appuntamento agonistico, sicuro che la contemporaneità della partita averbbe tenuto lontani un po' di amici/nemici runner. E invece c'erano praticamente tutti. L'obiettivo principale della serata a quel punto non era (solo) gareggiare, ma parcheggiare la macchina vicino al traguardo e con il muso puntato in direzione Pavia. Trovato finalmente un posto adeguato, il resto della serata dipendeva solo da me e dalle mie capacità atletiche e agonistiche (frase altisonante che sognavo di scrivere da alcuni anni).

Pum! Già alla prima curva calcolavo che facendo i 6 km a 4' 30" al km ci avrei messo 27 minuti. Avrei quindi chiuso la mia gara alle 20.27 ora italiana, proprio mentre comincia il rosario dei superspot. L'inizio della gara era una corrida, tutti sparati a ritmi che di solito non mi si confanno. Ma, inaspettatamente, reggevo. No, anzi, precisiamo: brillavo. 4' 01" il passaggio al primo km, una roba superlusso per me e i miei ritmi più barcelloniani. Anche il secondo km lo chiudevo in 4' 10", e quindi mi stupivo di questo mio arrazzamento podistico finchè, rimuginando tra me e me, ne trovavo l'ovvia ragione:

sto andando forte per arrivare prima (non primo, prima) e scappare a vedere l'Inter.

Non avevo mai avuto un obiettivo così succulento, evidentemente, perchè stavo correndo come un ossesso rispetto alle mie gare-tipo. Finchè verso il terzo km la strada finisce, comincia lo sterrato e io vado un po' fuori giri. Un po' tanto. Ma ormai i miei competitor sono tutti dietro, abbagliati da questa mia partenza folle, e quindi stringo i denti e cerco di rimanere in bolla. Scendo a 4' 30", ma resisto. Dopo un  po' riparto. Poi nell'ultimo km mi stronca una salitella che sembra il Pordoi. Mi sento svuotato. Entro in paese. C'è gente fuori dai bar che, aspettando l'Inter, ci guarda come se avesse visto una mandria di zebù direttamente da Discovery Channel. Lo sprint finale è drammatico. Raccatto un paio di colleghi con il cucchiaino, ma altri superano me. Cento metri finali. Pant pant pant. Arrivo.

26' 10", 4' 20" al km di media.

E qui si concretizza il mio piano. Passo il traguardo, rallento ma non mi fermo. Niente ristoro, niente pacco gara, niente saluti, niente convenevoli. Continuo a correre fino alla macchina. Telecomando. Apro il baule, cambio di maglietta in movimento. Mi siedo, cinture, accendo, parto.

Alle 20.49 ero seduto sul divano di casa. Il resto è storia nota.

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25/04/2010

VERY FIT

GOCCIOLA

Ieri ho fatto una cazzata alimentare, concettuale e psicopatologica. Sono andato allo stadio dove ho mantenuto un regime alimentare impeccabile, tornando a casa mi sono fermato a un MacDrive a dare sostanza alla mia soddisfazione e poi durante la sera/notte mi sono esibito in una regressione che potrebbe interessare Paolo Crepet, Vera Slepoj, Gianna Schelotto e forse anche Michele Cocuzza:

mi sono ingozzato durante la replica di Inter-Atalanta.

Ora, un conto è mangiare Orociok come Poldo Sbaffini durante una partita in diretta. E' nocivo, ma normale. Ma cosa significherà (non avevo Orociok e nemmeno i ChocoLeibniz , gli Orociok dei ricchi) mangiarsi mezza confezione di Gocciole durante una partita in differita, e che avevo appena visto allo stadio?

Così alle due ero ancora sul divano a guardare il soffitto come Pepe Carvalho e a interrogarmi: quanto cazzo manca alla fine di questa cazzo di stagione? Starò impazzendo? Ce la farò? Dovrò andare in una clinica a disintossicarmi come Tiger Woods? Ci sarà una clinica per interisti da qualche parte? In qualche luogo atroce, dove sedimentare la propria agitazione? Chessò, Villar Perosa?

Il problema era anche un altro. Stamattina alle 9 avevo una gara (11 km) e alle 2 ero ancora sveglio e pieno di Gocciole. Così, oltre a immaginarmi in una clinica dove mi facevano vedere porno in loop per disintossicarmi dall'Inter, mi immaginavo anche alla linea di partenza della gara con una grande pancia zavorrata e zero forze. La sveglia è suonata puntuale alle 7 ma io ero già cosciente da un quarto d'ora. Insomma, non ho dormito una cippa. Ma questa per me non è una novità. Dormo sempre poco prima di una gara. Certo, di solito non mi sparo in vena le Gocciole. Di solito pasta e insalata. Di solito. Questo finale di stagione mi sta stroncando.

Pum! Si parte. Nei primi duecento metri valuto se ritirarmi, poi vedo che procedo con una certa disinvoltura e vado avanti. Vado, vado, vado. 4' 20" il primo chilometro, al termine del quale mi rendo conto che non ho ancora vomitato nè accusato crisi di nessun tipo, compreso quella esistenziale. Anche il secondo chilometro lo faccio sui 4' 20" e al quel punto mi dico:

"E che cazzo!"

Il terzo chilometro lo corro raccontando a un mio compagno di squadra la maratona di Tokyo. Al quarto chilometro mi accodo definitivamente a un gruppetto compatibile. Un po' di elastico fino al quinto, poi al primo passaggio dal traguardo mi esibisco in uno sprint e lascio la compagnia. Nel secondo giro ne rimonto altri quattro o cinque e chiudo in crescendo: 49' 11", 4' 28" al chilometro, che per me è già una scicchieria, ma se consideriamo che non ho dormito, ho mangiato Gocciole e due settimane fa ho corso una maratona è una schiccheria doppia, forse tripla.

Dopo l'arrivo noto che un compagno di squadra mi guarda e ride. In quel momento ho pensato: che strano modo di ridere, sembrerebbe quel cazzo di risolino che può avere un romanista quando vede un interista. Ma siamo in Padania, io sono padano, il mio amico è padano, e allora ho pensato che al massimo poteva avermi cagato un piccione in testa. Lui continua a guardarmi con il risolino ma io non ho segni apparenti di anomalie. Finchè al culmine della curiosità glielo chiedo:

"Amico, perchè mi guardi e ridi?"

"Eh, sono romanista".

Concludo quindi sottolineando due cose: a) non ti puoi fidare di nessuno; b) ci si può ingozzare di Gocciole davanti a una partita in differita e correre sotto i 4' 30" la mattina dopo.

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