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01/10/2011

KOBE BRYANT

MARKETING

La vicenda dell'ingaggio a gettone (800mila dollari lordi a partita, gettone di 'sto cazzo) di Kobe Bryant da parte di Bologna mi sta appassionando un casino, anche perché nel giro di 24 ore ho cambiato totalmente idea sulla cosa e quindi adesso voglio vedere come andrà a finire, per capire se avevo ragione prima o ce l'ho adesso.

Allora, la questione è questa. Nba ancora locked, i giocatori liberi (più o meno) di accasarsi altrove nel frattempo (e solo nel frattempo) (e solo se ampiamente assicurati eccetera eccetera), cioè nell'attesa che il campionato Usa riparta. Gallinari e Bargnani, per esempio, giocheranno in Italia fino a che la loro quadra li richiamerà. E fin qui tutto ok.

Poi spunta Kobe Bryant. Sabatini, presidente di Bologna, insegue questo sogno pazzesco, un po' come se il Bologna del calcio (perchè il Bologna del basket non è più quello di una volta, quindi il paragone non è peregrino) potesse ingaggiare Messi per un mese o due. L'operazione ha un costo abnorme, ma lui chiama sponsor, banche, tv. Più o meno, dice, ce la si può fare. Un po' di soldi li raccatta, il resto ce lo metteranno il pubblico italiano (palazzetti presi d'assalto, prevedibilmente, e biglietti da paura, prevedibilmente) e le televisioni straniere che acquisteranno i diritti delle partite del Bologna. L'accordo è per una quarantina di giorni, perchè si prevede che prima o poi l'Nba trovi la quadra della sue complicatissime questioni e faccia partire il campionato.

A questo punto Sabatini guarda in faccia i colleghi presidenti delle altre 16 squadre di A (ce n'è una in più, soliti casini estivi dello sputtanatissimo basket italiano) e fa un discorso chiaro. Ragazzi, io prendo Bryant. Magari poteva pensarci anche qualcuno di voi, ma ci ho pensato io. La cosa ha un costo pazzesco, abnorme, da vomitare. Però ce la posso fare, è un'occasione incredibile e irripetibile. Vi chiedo una mano. No, non i soldi. Vi chiedo questo: in questi 40 giorni fatemi giocare 10 partite di campionato, di cui almeno 6 in casa, di cui le prime 2 del calendario. In trasferta mettiamoci d'accordo, sistemiamo le cose uin modo che Bologna possa giocare nei palazzetti più grandi. In questi 40 giorni non mettetemi il turno di riposo, lo farò dopo.

Silenzio.

Brusio.

"Senti, vuoi anche ficcarmelo nel culo, già che ci siamo?" A Cremona e Varese, in particolare, la cosa non va giù. Si tratta senza dubbio di un forte condizionamento del campionato. Cremona vuole salvarsi, magari con tranquillità. Varese ha altre ambizioni, e se le vuole giocare. E qualcun altro lo avrà anche pensato: perché tutti dobbiamo fare un piacere enorme a queste merde di Bologna?

Già, me lo sono chiesto anch'io: perché? Perchè favorire una squadra che per 40 giorni avrà il giocatore più forte del pianeta, che nessuno si può permettere, e stenderle un tappeto rosso, e farla giocare con chi vuole e dove vuole e quando vuole?

Ma in 24 ore ho cambiato idea. L'ambizioso e visionario Sabatini è anche sincero: "Ragazzi, questo non è sport. E' marketing. Lo faccio anche per voi, lo faccio per l'Italia". E ha ragione. Chi segue il basket italiano si sarà accorto che fa molto cagare, è zeppo di stranieri spesso mediocri che non ci fanno vincere all'estero e tolgono spazio agli italiani, con la conseguente difficoltà di mettere assieme una nazionale decente, in cui certi ruoli sono praticamente scoperti perchè di italiani, in quei certi ruoli, non ce ne sono. Ha ragione Sabatini: saranno anche solo 40 giorni, ma  40 giorni in cui tutto il mondo guarderà all'Italia, al paese scelto da Bryant per giocare in attesa dello sblocco Nba. Le cifre sono immorali, ma se qualcuno le caccia perché dire di no? Per vedere una volta nella vita Bryant anch'io - e chissà quanti come me - sono pronto a versare l'obolo di un biglietto ultramaggiorato.

Faccio il tifo per Sabatini. E' marketing. E' Bryant. Facciamolo.

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15:04 Scritto da: settore in sport | Link permanente | Commenti (210) | Segnala | Tag: kobe bryant, bologna, basket | OKNOtizie |  Facebook

05/09/2011

SPORT ITALIA

UMILIAZIONI

Ci avevano venduto settembre come un mese di grande sport. Il che è piuttosto vero. Per gli altri, però.

Potremmo intanto dire che "grande sport" è soprattutto Inter, e l'Inter non l'abbiamo ancora vista se non da lontano: una partita ufficiale negli ultimi tre mesi e mezzo è una tortura indicibile. Ma proviamo a non fare i soliti gretti uomini-calcio e guardiamo altrove.

Nazionale di calcio: obiettivo raggiunto (qualificarsi) facendosi nominare da isole che non so nemmeno scrivere.

Europei di basket: i nostri tre tenori non ci hanno portati da nessuna parte, anche perchè la squadra che avevano attorno faceva sostanzialmente pena. Anni e anni di squadre di club formate da diciassette stranieri (per tre quarti mediocri) e tre ragazzotti italiani a far numero: lo sfascio è già arrivato da tempo e sarà durissima venirne fuori. Non passare il turno agli Europei con tre giocatori Nba in squadra è abbastanza deprimente. Il ricambio di questo gruppo - peraltro non vecchissimo, e peraltro il migliore degli ultimi quattro-cinque anni - non c'è. Odio i dirigenti sportivi che si fanno i segoni sul presente (segoni inutilissimi) e non ci dicono cosa ci aspetta.

Mondiali di atletica: l'Italia ha preso una medaglia di bronzo, meglio dell'ultima volta in cui non avevamo preso nemmeno quella. Ma l'atletica è messa forse peggio del basket. Le nostre stelle erano una saltatrice in alto che prima o poi diventerà vecchia, un martellista che ha già i capelli bianchi e un marciatore in crisi di identità, come del resto la fidanzata. La 4x100 è riuscita ad arrivare quinta in una specie di finale di short track, in cui (quasi) tutte le squadre più forti erano uscite nei modi più impensati. Pertile, ottavo nella maratona (grandissimo), ha 38 anni. Tutta gente che spera di essere ancora in vita a Londra, e poi?

Rugby: il mondiale non è ancora iniziato, ma lo guarderemo per la Nuova Zelanda, l'Australia, l'Inghilterra. Noi verremo spazzati via come al solito. Il nostro ct rilascia un'intervista appena atterrato in New Zealand e in sintesi dice: l'Italia fa vomitare, è un miracolo che la mia reputazione sia più o meno intatta. Fantastico.

F1 e Moto Gp: la Ferrari e Valentino Rossi provocano la depressione. Non riesco nemmeno più a guardarli per avviare la pennica, mi fanno salire la tristezza.

Ecco, se non ci fosse la Pennetta direi che questo settembre di grande sport sarebbe una cagata pazzesca.

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10/02/2011

FENOMENI

LA PAGINA A SINISTRA

Mai come oggi mi sono sentito mosso a pietà per Berlusconi. Dio mio, non avete trovato struggente la vicenda di quest'uomo preso a palate di merda via sms da Sara Tommasi? No, dico: Sara Tommasi. Sarà anche per questo stravolgimento interiore che, giunto alle pagine dello sport, sono rimasto turbatissimo dalla concomitanza di due notizie che aprivano le rispettive pagine - la morte di Rubini e la quasi-morte di Riccò -, due notizie di epoche e di tenore diverso, due funerali dello sport.

ricco.jpgSpero - per la sua salute, e un po' anche per la nostra - che Riccardo Riccò venga finalmente radiato e si trovi un lavoro vero, che lo induca a vivere una vita normale, senza per forza dovere andare a 50 all'ora in bicicletta e tradire continuamente se stesso e noi, per quanto mediamente si possa ancora credere al ciclismo e a tipi come lui. Riccò da dieci anni vive sul filo delle regole. Quand'era dilettante, e le sanzioni erano all'acqua di rose, lo avevano fermato più volte per l'ematocrito alto, finchè una commissione medica decise che lui l'ematocrito ce l'aveva alto per i cazzi suoi (non so se vi ricordate la storia dell'atrazina. Ecco). Passato professionista, nel 2008 fa il giamburrasca al Tour, vince tappe, rimonta, mostra la lingua, e poi lo inculano a sangue (i francese che s'incazzano), lo trovano positivo, gli fanno passare una notte al gabbio e lui, candido, alla fine confesserà di essersi riempito di Cera. Due anni di squalifica, torna, riprende a correre, a vincere e a fare il bullo. Poi un bel giorno tira fuori una sacca di (suo) sangue dal frigo, se la reimmette in vena e a momenti ci resta secco. Si pompano tutti? Sarà. Nello sport ci si pompa che è una bellezza. C'è gente che a momenti ci è restata secca e adesso fa la dirigente del Coni, per dire. Quindi c'è disonestà e c'è facciadaculaggine. E chissà cos'altro ancora. Che almeno i più spudorati si facciano da parte.

Cesare_Rubini.jpgTutto questo era nella pagina a destra. Nella pagina a sinistra c'era l'addio a Cesare Rubini, che se n'è andato a 87 anni. Oggi un Rubini sarebbe impossibile. 60 e passa anni fa, invece, appena dopo la guerra, c'era un tizio - Rubini, appunto - che veniva convocato in Nazionale per due sport diversi. D'inverno giocava a pallacanestro e andava in Nazionale perchè era tra i migliori (forse il migliore). D'estate giocava a pallanuoto e andava in Nazionale perchè era tra i migliori (forse il migliore). Sì, certo, oggi sarebbe impossibile. All'epoca c'era più spazio e meno stress. Così Rubini nella pallanuoto ha vinto un oro e un bronzo alle Olimpiadi e un oro e un bronzo campionati europei, più sei scudetti. E nel basket sei scudetti da giocatore (e un argento agli europei) e nove da allenatore tutti a Milano, più una Coppa Campioni, una Coppa Coppe e varia altra robetta. Era - come Bearzot, come Zoff, come quella gente lì - uno di quei personaggi che parlavano poco e facevano tanto. Era un leader pazzesco: nei suoi club, di entrambi gli sport, fece il capitano e poi l'allenatore-giocatore. Non credo che nel 1947 e nel 1948 (gli anni dell'attività no-stop e delle doppie convocazioni in entrambi gli sport) la gente si dopasse. Erano anni in cui dovevi principalmente ringraziare i tuoi genitori per averti dato un fisicaccio, e poi dovevi procedere con le tue gambe, la tua passione, il tuo talento, i tuoi coglioni. Chissà se Riccò, nel leggere cosa dicono di lui i giornali nella pagina a destra, avrà dato distrattamente un'occhiata alla pagina a sinistra. Che in sè, per lui, è un po' come una sentenza, moralmente non meno dura di quella che presto gli arriverà tra capo e collo.

 

04/01/2011

DAN PETERSON

PER ME, NUMERO UNO

peterson--300x145.jpgBeh ragazzi, comunque la si pensi, e per chiunque si faccia il tifo, 'sta cosa del ritorno in panchina di Dan Peterson è oggettivamente una grandissima figata. Peterson ha lasciato la panchina nel 1987, cioè 24 anni fa. C'è dunque gente adulta che lo conosce come telecronista o come testimonial Tea Lipton, e non sa che questo ometto pittoresco ha vinto un sacco di cose e ha scritto qualche capitolo importante della storia del basket italiano. Torna a 75 anni (li compie domenica) sulla panca dell'unica squadra che mai avrebbe potuto chiedergli una cosa simile. Una specie di scambio di cortesie tra vecchi amici: l'Armani Jeans comincerà la prossima stagione con un altro coach (Messina, dicunt), ma intanto deve finire questa. Pur avendo già fatto diverse cazzate è pur sempre seconda, ma non si poteva più vedere la squadra ammutinarsi contro un allenatore che - mal sopportata - non sopportava più. E allora chiama Peterson. L'idea è suggestiva. Quale sarà il risultato, boh, è da vedere. Si può rimanere 24 anni senza allenare e poi tornare come se niente fosse? Comunque, questi sono cazzi loro. A me premeva soltanto dire che Peterson 24 anni fa decise di lasciare la panchina a 51 anni dopo aver fatto il triplete (Champion, scudetto e Coppa Italia), come a dire: che cazzo mi posso inventare d'altro? E noi che di triplete ce ne intendiamo, ecco, direi che possiamo apprezzare.

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20/06/2010

MANUTE BOL

DUE E TRENTUNO

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Il mondo è probabilmente troppo distratto da Ghana-Australia o Camerun-Danimarca per accorgersi che Manute Bol è morto a 47 anni, quasi 48, al culmine di una serie di sfighe umane e sanitarie che - per la classica beffa del destino - avevano colpito proprio lui, un uomo buono, ma davvero.

Manute Bol era nato nel Sudan ed era alto 2 metri e 31. In altre epoche (oggi, per esempio) poteva finire dritto in uno spettacolo sui fenomeni da baraccone, intervistato da Paola Perego o Barbara D'Urso e pagato con regolare cachet. Invece vuole la leggenda che un osservatore americano lo abbia scovato in Sudan durante un torneo giovanile e se lo sia portato negli States. Non sapeva  leggere e scrivere, e non sapeva nemmeno giocare tanto bene a basket, sport che iniziò a fare seriamente a 15 anni. Imparò a fare tutte e tre le cose. Ha giocato nell'Nba per dieci stagioni: le prime cinque tanto, le ultime poco, fermato a più riprese dagli infortuni alle ginocchia. Del resto, quando si è alti 2,31 e fino a 16-17 anni si è vissuto in Sudan facendo il pastore, il minimo che ti possa capitare è di avere due gambette da airone.

Se sei alto 2 e 31, insomma, non ti si può chiedere la luna. E' già tanto se stai in piedi e ti muovi con buona coordinazione, tantopiù se in campo hai attorno nove cristoni statuari costruiti pezzo per pezzo e che a 15 anni studiavano al college e facevano due allenamenti al giorno, mica guardavano le pecore. E quindi Bol di canestri non ne ha fatti tanti. In compenso, ne ha evitati una marea. Se sei alto 2 e 31 prendi rimbalzi e, soprattutto, stoppi. Nella sua prima stagione, ai Washington Bullets (oggi Wizards), ne ha date quasi 400. E'  stato miglior stoppatore Nba per due stagioni. E' tuttora presente nei primi posti (primo, secondo, terzo) in quasi tutte le statistiche all-time e delle stoppate. E' il secondo all-time per le schiacciate per partita (5). Una volta ne fece 11 in un tempo e due volte 8 in un quarto.

Questo filmato si apre con la sua impresa più incredibile: quattro stoppate nel giro di due secondi, nella stessa azione, durante una partita di Washington contro gli Orlando Magic. Poi cambiò varie squadre, ebbe ancora un paio di stagioni buone con i Golden States (qui, in una partita, segno sei triple, roba da matti) e con Filadefia, poi a Miami il primo infortunio serio che innescò gli altri, a catena.Washington, Filadelfia e Golden States lo ripresero a turno, ma furono solo comparsate.

Tornò in Africa. Lo chiamò subito Forlì, ma lui era già in fase molto calante. Giocò due partite in Italia, non andava, lo tagliarono. Se ne tornò in Sudan, molto ricco. E, dicono i suoi biografi, i soldi li spese tutti per sostenere la guerriglia sudanese che si opponeva al regime. Quando cambiò tattica, e si attivò per una mediazione di pace, fu accusato di voltafaccia e si fece molti nemici anche tra quelli che sovvenzionava a suon di bonifici. Non smise mai di aiutare la sua tribù ridotta alla fame. Ebbe un sempre sacco di casini per viaggiare e soggiornare a causa della sua cittadinanza sudanese, casini che dopo l'11 settembre divennero quasi invalicabili. Peregrinava tra Sudan, Egitto e Stati Uniti senza potersi mai fermare troppo i nessuno dei tre posti.  Sono arrivati i problemi economici e poi quelli fisici. In Africa hanno sbagliato una cura e un medicinale gli ha causato una grave malattia alla pelle. Aspettava la pensione dell'Nba per poter tornare a vivere negli Stati Uniti, in regola con le leggi. E' morto qualche ora fa, in un ospedale della Virginia.

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00:58 Scritto da: settore in sport | Link permanente | Commenti (151) | Segnala | Tag: basket, manute bol, sudan | OKNOtizie |  Facebook