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29/04/2010

IN FINALE

GRAZIE INTER

 

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Non so nemmeno che ore so', come diceva Pino Daniele. E scrivo sotto l'effetto di quattro birre medie, di cui la prima a triplo o quadruplo malto, non ho ben capito,  servita per errore nella bolgia del Bocho. Però non voglio andare a dormire senza avere celebrato questa serata che ci porta in finale di Champions dopo 38 anni. Al tavolo che dividevo con Hal, Tagnin e Toto, più un runner leggermente sovrappeso che ci ha rivelato la scorciatoia per andare a Malpensa, osservavo che alcuni - Hal e Tagnin, appunto - non erano ancora nati quando l'Ajax ci prese a pallate nela finale di Rotterdam del 31 maggio 1972. E io che quella Coppa la rammento sorprendentemente bene - le tre partite con il Borussia ai quarti e la finalissima contro quello squadrone di artisti-podisti del pallone - mi sono goduto le emozioni di una serata che aspettavo da tanto. 38 anni, appunto. Non mi ricordo più l'infantile e cocente delusione per aver perso 2-0 la Coppa in finale. Non mi ricordo più bene quella partita trasmessa in diretta e in bianco e nero. Ma ho un memoria precedente ben distinta, quasi tattile.

Mi rivedo nel mio lettino, l'orecchio attaccato alla radio. 4-2 in casa con il Borussia. La radiocronaca di Ameri e la radio da spegnere in fretta perchè la mattina dopo c'era da andare a scuola. Avevamo perso 7-1 a Moenchendlagbach 15 giorni prima, ma la partita fu annullata per la lattina che colpì in testa Boninsegna. Tornammo per il ritorno in Germania, sul luogo del delitto, a rifare qul match d'andata dei quarti. Fu uno 0-0 quasi epico, con un portiere esordiente - Bordon - che parò tutto.

Ero strasicuro che avremmo passato il turno, ma non lo volevo ammettere. Per scaramanzia e per quel residuo di saggezza che ti spinge a sognare una finale ben consapevole che prima c'è il ritorno della semifinale da giocare fuori casa, al Nou Camp poi, uno stadio che ti incute timore e rispetto, nel cui catino può accadere qualsiasi cosa. Ero strasicuro perchè mi fidavo di questa nuova Inter e perchè il Barcellona mi sembrava concettualmente alla canna del gas, con quelle magliette mostrate al pubblico che ne dimostravano, più della grinta e della tenacia, una latente disperazione.

In novantacinque fottuti minuti (di cui più di sessanta giocati in superiorità numerica) il Barça è riuscito a fare due tiri in porta dentro l'area dell'Inter. E chiamatelo pure catenaccio, amici (peraltro, cosa ti resta da fare se giochi più di un'ora al Camp Nou in inferiorità numerica?), ma è stata una difesa qualitativa, eroica, immagino frustrante per una squadra avversaria che davanti al proprio pubblico attacca per 90 minuti senza risolvere un tubo. L'Inter ha invece dimostrato quel carattere che era venuto meno negli ultimi anni quando il gioco si faceva duro.

E alla fine ho sentito pronunciare le più emozionanti frasi mai pronunciate da un allenatore dell'Inter. Mourinho che dice che è stato il giorno più bello e importante della sua carriera - più degli scudetti, più della Champions con il Porto - mi ha fatto venire i brividi alti così. Sarà dura trovarne un altro così, ammesso che ne esista uno uguale. Addì 29 aprile siamo in finale di Champions League, primi in campionato e in finale di Coppa Italia. Abbiamo fatto moltissimo eancora non abbiamo vinto nulla. Siamo in corsa per tre, due, uno o zero tituli e tutto dipende da noi. Grazie Mou e grazie ragazzi, comunque vada questa stagione è stata fantastica. Loro con la pelle e noi con il sangue: meglio noi, alla fine.

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