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15/03/2012

LA MARATONA A FIN DI BENE

19 MARZO, ULTIMA CHIAMATA

Per la serata di lunedì 19 a Milano (vi rimando a questo post per la spiega generale) siamo già una cinquantina sessantina. C'è ancora posto, ma fatemi sapere in fretta a settoruccio@gmail.com se vi aggregate. Intanto grazie a tutti, a chi ha già detto sì o ha fatto la donazione alla Fondazione De Marchi (qui il real time della raccolta). Vi aspetto con Valerio, ciao.

12/04/2011

MILANO CITY MARATHON

 

DE COUBERTIN SAREBBE FIERO DI ME

(SOLO LUI)

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La principale ragione per cui ho corso la maratona di Milano è, appunto, che era a Milano. Non avevo lo stress del viaggio. Per il resto, perchè l'ho corsa, essendo quasi sicuro in partenza che sarebbe andata male e che forse non l'avrei manco finita? Ecco, la seconda ragione sta in quel "quasi". E poi? Terza ragione: perché volevo la medaglia, che non era una medaglia qualunque ma era la decima. Quarta ragione: perché correre una maratona è sempre una gran cosa, anche se non stai bene. Quinta ragione: perchè a quel punto potevo giocare con l'asticella delle difficoltà. Ho corso maratone al freddo e sotto la pioggia (Tokyo, Firenze, Reggio Emilia), senza chiudere occhio la notte prima (Tokyio, Roma, Firenze), sfiorando lo svenimento mezz'ora prima del via (Reggio Emilia), a sei/otto ore di fuso non riassorbito (New York, Tokyo): perchè non correre dopo due settimane di virus para-influenzale e con ancora un po' raffreddore e un po' tosse e con un caldo da mese di giugno (Milano 2011)?

Così è stata la mia maratona più zen: ero serenamente rassegnato a ogni evenienza, compresa quella di rinunciare a partire e riprendere il metrò (ammesso di ritrovarlo tra i padiglioni della fiera di Rho). E invece sono partito, non dopo avere abbracciato il londinese Valerio e congedando lo scalpitante Maurizio 1 con cui l'ho preparata (inutilmente, cazzo) per tutto l'inverno, e mi sono fatto i miei primi 10 km a passo da primato personale, restando sotto i 5 al km. Al km 9, come previsto, c'è M. che mi dà un cinque. All'11mo estraggo dal mio marsupio di sopravvivenza (fazzoletti, gel enervit, soldi per il taxi) il telefonino e chiamo D., my brother in marathon, che mi attende al 19mo, per rassicurarlo che sono vivo e in tabella. Al 18mo però mi accorgo che sto calando, e quando con D. passo alla mezza mi rendo conto che la situescion mi sta sfuggendo di mano e sono appena sopra l'1h 47', cioè due minuti e mezzo in più rispetto al passo da personal best. Lì capisco che non è cosa, e avverto il mio scudiero che la scimmia si sta appoggiando sopra la mia spalla destra. Al 20mo passiamo all'Arena, potrei ritirarmi lì e andare bello paciarotto a ritirare i miei effetti personali, ma non lo faccio.

Al 24mo c'è Maurizio 2, il mio coach virtuale, che vedendomi arrivare comincia a farmi il culo. Non so da cosa l'abbia capito, ma per incoraggiarmi mi dice che sto facendo una corsa insensata vai vai vai che corsa assurda vai vai vai. Certa gente è troppo avanti. Al 26mo c'è il passaggio cruciale in piazza Duomo. D. mi abbandona, taglia il percorso e mi dà appuntamento al 36mo. Io potrei ritirarmi lì, prendere quella bella strada dritta che arriva al castello e andare bello paciarotto a ritirare i miei effetti personale, ma non lo faccio.

Al 27mo, a 15 fottuti km dall'arrivo, sento le gambe diventare di uno strano materiale: un po' roccia lavica, un po' palline dell'Ikea, un po' uranio impoverito, un po' frappè alla banana. E prendo una decisione zen:

"Settoreh, da qui in poi metodo Galloway".

Cioè mi metto a camminare per un minuto, durante il quale le mie gambine riprendono conformazione flesh & blood, e a correre per cinque. Riacquisto vigore e fiducia, ma il metodo Galloway puro dura giusto una ventina di minuti. Poi comincio a camminare er un minuto e correre quattro, poi tre, poi due, poi uno. Cammino un minuto e corro un minuto. Quando mi accorgo di essere approdato al metodo Galloway "special edition Daniela Santanchè" vengo preso da oscuri presagi. Basta, mi fermo. Ma non so dove sono. Quindi proseguo.

Arrivo non so come al ristoro del 35mo, dove c'è Paolo Green Pea che cerca inutilmente di incoraggiarmi. Sono talmente zen che prendo mezzo arancio, mezza banana, due bicchieri di integratori e poi mi infilo in un wc chimico con una tale flemma che se avessi avuto la Gazza mi sarei letto tutte le pagelle di Inter-Chievo.

Mi squilla il cellulare. "Figa, sei vivo?" "Sì, un attimo, arrivo". Al 36mo D. mi riprende in consegna ma gli dico subito che da lì in poi si sarebbe seguito il metodo Galloway "special edition Giuliano Ferrara": 30 secondi di corsa e tre minuti di cammino. Mentre con D. passeggiamo che sembriamo Ibra e Piquè, da dietro arriva uno che fa:

"Ciao Settore, forza Milan".

Gli prendo il numero di targa: si chiama Tommaso ma lì per lì non lo riconosco. Troverò ore dopo un suo messaggio su Facebook in cui mi spiega che è milanista e che mi ha superato perchè stava facendo la staffetta, mica la maratona intera come ammè. Al 37mo incontro Marco che mi dà una bottiglietta d'acqua, mi dice che non è partito perchè gli è venuto la squaqquerone di notte e che ha visto svenire dieci persone, di cui tre top runner. Al 38mo pensavo di essere al 39mo e mi viene una botta di tristezza. Poi finalmente vedo e tocco il 40mo vero in corso Sempione, dove mangio un vassoio di frutta, poi raggiungo il 41mo che passo baldanzoso come Thiago Motta al rientro da uno stiramento e poi il 42mo. Sprinto, corro gli ultimi 195 metri, passo il traguardo, mi faccio infilare la medaglia, vado a cambiarmi. Ho fatto cagare ma sono contento. Mentre mangio una pizza con  C., D. e Maurizio 1 sto già architettando viaggi al Nord Est in cerca di maratone meno crudeli. Finchè parti e finchè arrivi, hai la certezza di essere vivo.

09/04/2011

MILANO

GELSENKIRCHEN MARATHON

Con pochissime speranze, ma a testa alta. Praticamente come l'Inter a Gelsenkirchen, io domani mi faccio 'sta maratona di Milano in condizioni pessime dopo averla minuziosamente preparata. In più farà un caldo esagerato. Vabbe', non può andare sempre tutto liscio. Se domani qualcuno avesse dell'Olio 31 da farmi inalare in corsa, mi trova qui. Se qualcuno si offre per venirmi a recuperare dove e quando mi ritiro, mi contatti. Viva l'Inter, viva il podismo, abbasso le affezioni multiple alle vie respiratore, viva l'Italia.

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29/11/2010

FIRENZE MARATHON

CORSO DI SOPRAVVIVENZA

Vedrai che non piove, vedrai che non piove, vedrai che non piove. Mentre mi rigiravo nel letto in preda alla mia tradizionale insonnia pre-gara. sentivo un rumore di scrosci d'acqua che non capivo se erano veri o frutto nella mia immaginazione, o magari sciacquoni di water indistinti. Invece erano veri. E alle sette e mezza, andando ad aspettare inutilmente il bus navetta (tutti gli spostamenti della giornata sono stati fatti rigorosamente a piedi, chilometri e chilometri da aggiungersi ai canonici 42,195), dopo quattro passi plin plin.

"Ti scappava da pisciare?"

No, iniziava a piovere. E non avrebbe più smesso, Quando alle cinque del pomeriggio sono ripartito da Firenze pioveva ancora. Ma alle cinque del pomeriggio la maratona era stata corsa, una bella pizza era finita nello stomaco e l'endorfina se la stava giuocando allegramente con l'acido lattico. Ma alle sette e mezza no, alle sette e mezza la giornata era appena iniziata (e quella prima non era di fatto mai finita: dormito un cazzo). E mentre verso le otto e un quarto stavo consegnando la mia borsa al deposito si è scatenato un acquazzone subtropicale che sarebbe continuato fitto per per un'ora. Nel frattempo - come migliaia di altre persone - sfoggio un elegante look Akuel-Amsa: un sacchetto tipo immondizia con sponsor, buchi per le braccia e cappuccio, aggeggio che di fatto mi salva la vita e mi consente di tornare in temperatura dopo la prima mezz'ora di corsa, durante la quale mi disfo del sacchettone senza nemmeno rallentare con un gesto alla Houdini.

Corro cercando un minimo di regolarità e di non fare caso all'ineluttabile. Non ho dormito e soffro terribilmente l'accoppiata freddo-pantaloni bagnati, che prima o poi - lo so, avviene regolarmente - mi produrrà i crampi. Continua a piovere e non faccio molto caso alle bellezze del percorso. Aspetto l'inizio della fine e ogni tanto mi si scollega il cervello. Fino al 30mo sono in bolla per fare 3h 45', che sarebbe quasi un tempone date le circostanze, ma inizio a rallentare. Al 32mo c'è un ponticello che se trovo l'archietetto lo impalo: pendenza del 302 per cento e, per la prima volta - di un tot di volte -, mi metto a camminare. Al 35mo mi raggiungono due amici con cui faccio conversazione per 500 metri prima di vederli andarsene con una facilità che non è più la mia. Mal di fegato, crampi, freddo. Negli ultimi sette chilometri perdo - lo dice il puntuale servizio di cronometraggio - trecento fottute posizioni. Mi superano ragionieri, commercialisti, pensionati, donne (un fottio) e uno in canottiera che mi umilia concettualmente.

Al che rimango aggrappato all'obiettivo minimissimo: scendere sotto le quattro ore. Ce la faccio per 45 secondi e va bene così. Nel tragitto dal traguardo al deposito borse trascorro uno dei quarti d'ora più sgradevoli della mia vita. Sono distrutto, fradicio e tira un vento gelido. Non arrivo mai a quel cazzo di container. A un certo punto mi si blocca completamente un polpaccio e non riesco più a muovermi, come se avessi messo i piedi nel cemento a presa rapida. Vengo pervaso da pensieri di morte per almeno trenta secondi, quando finalmente il polpaccio torna a dare segni di vitalità e muovo qualche passo incerto. Quando al telefono, mezzo assiderato, apprenderò che l'Inter stava vincendo 5-2, per alcuni attimi non riuscirò a mettere a fuoco i particolari di questa notizia, stupito dal fatto che l'Inter giocasse e che fosse in grado di metterne cinque. Il podismo, quando è estremo, di manda in pappa il cervelletto.

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01/07/2010

SUPERQUARK

DENG DENG DENG

(VIAGGIO NELLA MENTE UMANA)

(TUTTO VERO, GIURO)

Dunque, è successo martedì verso le quattro del pomeriggio. Stavo camminando al limitare di una pineta e la mia attenzione è stata catturata da un suono cadenzato, deng (pausa) deng (pausa) deng. Avete presente "I belong to you" di Lenny Kravitz? Uguale. Deng, deng, deng. Giro l'angolo e vedo un tizio in cima a una scala con una mazza in mano, e un altro tizio di fianco a lui che tiene dritto un palo. Il tizio numero uno, dall'alto, fa calare le mazzate - deng, deng, deng - sul palo che, piano piano, si conficca nel terreno. Deng, deng, deng.

Ora, non so cosa si sia verificato in quel momento all'interno del mio povero cervello. Avrei potuto iniziare a canticchiare "I belong to you", per esempio. Sarebbe stato più logico. E invece mi sono ritrovato a pensare al Marathon Center di Tokyo, quel luogo meraviglioso dove mi ero recato precisamente il 26 febbraio scorso a ritirare il mio pettorale due giorni prima della gara e a gironzolare ebbro tra magliette, gadget e runner internazionali. Ho cercato di ricostruire il possibile percorso del mio cervello. Cosa c'entra il deng deng deng con la maratona? O Lenny Kravitz con Tokyo? Nulla. Ho anche pensato che quel deng deng deng poteva riprodurre qualche sensazione elettropop alla Sakamoto. Ma alla fine credo di avere capito: al Marathon Centre di Tokyo anch'io ero salito in cima a una scaletta, e anch'io avevo lasciato cadere qualcosa dall'altro, come il tipo con la mazza.

Qui bisogna concentrarsi un attimo, perché il racconto potrebbe sfiorare l'incredibile.

Praticamente vagavo stordito tra un padiglione e l'altro (a Tokyo, intendo) quando due fighe e due fighi griffati Asics mi invitavano a salire su una scaletta e mi consegnavano un uovo.

Ve l'ho detto che bisogna concentrarsi.

Da un paio di metri di altezza, il giochino consisteva nel lasciare cadere l'uovo su un quadratino di materiale ammortizzante con cui l'Asics farcisce le suole delle sue scarpe da running. L'uovo era vero, giuro. Fresco, non sodo. E lasciato cadere sul quadratino di gomma magica no, non si rompeva. Incredibile. No crash, no, noise, no frittata. Pluf, un rumorino appena impercettibile. Intero. Applausi delle fighe. Avanti un altro.

Preciso che tutti questi pensieri avvenivano nel giro di poche frazioni di secondo. Infatti (sempre a Tokyo, nel mio flashback) avevo già lasciato la rampa dell'uovo per sottopormi a un altro rito sponsorizzato. Praticamente mi sono ritrovato in un vialetto, una figa e un figo autoctoni mi hanno messo in mano un foglietto e una matita. Non capivo cosa volessero da me, ma intanto guardavo quello che facevano i maratoneti che mi precedevano: scrivevano qualcosa sul foglietto, lo infilavano nella feritoia di un'urna e poi, davanti a una specie di idolo con le maniglie dell'amore, tiravano due volte una corda e facevano l'inchino. Mi giro inorridito per scappare, ma il vialetto è ormai popolato da altre gente in fila dietro di me. Mi toccherà fare la pantomima. Ma cosa cazzo scrivo?, chiedo in inglese a una giapponese di età incerta.

"sfcsfcscssc".

"Sorry?"

"A wish", mi fa scandendo meglio le parole e sorridendomi in maniera eccessiva, come peraltro almeno altre settemila persone nello staff in quel preciso istante, tutte troppo sorridenti (non dovendo correre la maratona, loro).

Che stronzata, ho pensato. Ma ero in fila,  imprigionato, avevo la matita nella destra e il foglietto nella sinistra. Il primo desiderio che mi è venuto in mente a Tokyo il 26 febbraio, intorno a mezzogiorno ora locale, poco prima di tirare due volte la corda come da precise istruzioni, è stato

"L'Inter vince la Champions League" (*)

e mi ero completamente dimenticato di questa cosa, che mi è riaffiorata grazie a un deng deng deng e a un percorso mentale tortuoso e quasi istantaneo che mi turba e mi eccita al tempo stesso. I sogni son desideri, diceva Cenerentola, non disperare nel presente ma credi fermamente e il sogno realtà diverrà. Ora scrivo a Moratti e gli chiedo il premio Champions: se lo ha preso Quaresma, io merito almeno il doppio.

 

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(*) per la scienza e per la cabala, sarei disposto a ripetere questo rito ogni anno, maratona compresa. Sono quindi a disposizione di munifici sponsor e ricche ereditiere, astenersi perditempo.

13/04/2010

INTER & MARATHON

CULO (NO, COSI')

Mi sento fortunato. Parlo del podismo, ecco. Voglio dire: l'Inter si incula due punti a Firenze e si fa sorpassare dalla Rometta facendosi rimontare un punto a partita per 14 partite di fila? Cioè, uno normale ci passa sveglio le notti, mi sembra il minimo. Uno un po' anormale, tipo me, invece si alza, prende la macchina, va a Milano, parcheggia a Famagosta, prende i mezzi gratis mostrando il pettorale ("Aspetti, le apro") (cazzo ragazzi: "Aspetti, le apro"), arriva a Rho Fiera, aspetta il pum! e si fa 42 chilometri e 195 metri a piedi (correndo, per essere più precisi).

Questa è una bella fortuna, quasi culo direi. Culo. Culo. Sottolineo questa parola. Perchè correre 42,195 km è farsi il culo. Però poter pensare ad altro (tipo: sopravvivere) per 42,195 km mentre la tua squadra torna in treno-charter da Firenze dove si è inculata 2 punti è culo.

Mi scuso per l'ossessivo ricorso alla parola culo.

Oggi ho letto le dichiarazioni di Galliani che praticamente dice: il nostro Ranking Uefa è colpa a) di Calciopoli che ha mandato il Chievo in Champions e b) del Mondiale 2006 perchè la Germania si è rifatta gli stadi e allora negli stadi belli la gente ci va volentieri e le squadre incassano e comprano e spendono e gli si alza il Ranking Uefa.

Mi scuso per l'ossessivo ricorso alla parola Ranking (e di conseguenza Uefa).

Poi ho letto anche le dichiarazioni di Amauri, che è diventato italiano, ha firmato la sua carta d'identità, ha ritirato una copia della Costituzione, e dice che per il Mondiale occhei, è a disposizione.

No, scusa.

Questo ha segnato 5 gol nell'anno solare 2009 e 3 gol (di cui due nella stessa partita di Europa League) (quindi, gol che non sono serviti a una cippa) nell'anno solare 2010. E vuole andare al Mondiale?

Ma allora io voglio andare alle Olimpiadi, scusa.

No perchè, dicevo. Mentre l'interista medio si macerava per i punti inculati a Firenze e per l'evidenza di tre vittorie in dieci partite (l'evidenza che ce lo stiamo mettendo nel culo nostra sponte)

(mi scuso per la parola culo che avevo appena giurato di non usare più) (beh, non proprio giurato: diciamo che proponevo una moratoria sulla parola culo)

insomma, mentre voi vi tormentavate, cari amici,  perchè io so che vi tormentavate alla stragrandissima, io mi correvo la mia bella maratona, facevo un bel personalino di due minuti e mezzo, abbattevo il muro delle 3 ore e 40' eccetera eccetera. Insomma, comprendo la difficoltà di proporre alla totalità del popolo nerazzurro una maratona (42,195 km) come sfogo alle pene personali. Una maratona mica si improvvisa.

Per questo, dicevo, mi rendo conto del culo che ho.

(vabbe', culo. Adesso non è che se scrivo culo la gente si scandalizza, e che cazzo)

La maratona di Milano si conferma una merda, però mi piace. Praticamente sono un coprofilo della maratona. In fondo è molto vicina a casa e organizzata benino: di che cazzo mi lamento?

(non vorrei dovermi scusare anche per la parola cazzo, quando è da parecchie righe che mi scuso per la parola culo)

La partenza da Rho Fiera è stata discretamente squallida. C'era anche vento. Al quarto chilometro eravamo ancora a Pero. Entri a Milano passando di fianco a un inceneritore. Quando sei sull'orlo del suicidio ti appare San Siro.

Non il santo. Lo stadio.

Al chilometro numero nove sento una voce alla mia destra:

"Settore!"

Minchia. Mi giro. Era M, me l'aveva promesso, anche se era in anticipo di  circa un chilometrino. E' vestito da fighetto, un incrocio tra Taxi Driver e Nick dei Jonas Brother. Lo saluto riconoscente, perchè non è da tutti stare lì a guardarsi alcune migliaia di persone sgambettare e cogliere il momento in cui passo io. Poi transito di fianco al nostro tempio, indi seguo il gruppo verso il centro città. Al 18mo c'è il mio fratello di maratone in borghese. Sono momenti di commozione e fratellanza podistica. Vado oltre, viaggio che è un piacere, passo alle mezza  (21,097 km) in 1h 44' (cioè, mica cazzi), volo verso il Duomo dove l'accoglienza è molto dolce, proseguo fino al 30mo come un metronomo. Con un metronomo.

No, questa ve lo devo spiegare.

Alle nove di mattina, alla partenza, in mezzo alla folla brulicante e orinante, mentre voi tutti pensavate alla Rometta e al 5-5-5, io trovavo uno che era stato con me a Tokyo. No, per dire, che combinazione. E questo  bello bello mi fa dopo i convenevoli: "Ti va se la facciamo insieme? Ho dimenticato a casa il Garmin".

Per dire: un podista che dimentica a casa il Garmin il giorno della maratona, non so, è come Zanetti che dimentica a casa la fascia da capitano il giorno di Inter-Barcellona.

Quindi lo eleggo a idolo personale almeno per la mattinata di domenica. Partiamo. Dopo un po' (diciamo dopo mezz'ora) lui mi fa: senti, proviamo a passare al 30simo in due ore e mezza, più o meno. Sapete in quanto siamo passati?

2h 30' 03".

A quel punto, di fronte all'evidenza che nemmeno Zichichi avrebbe fatto calcoli più precisi, vado di default verso l'arrivo Al 35mo ho un attacco di fame e di panico e dico all'amico milano-tokiese di andare avanti che io sono ufficialmente in crisi, tipo l'Inter. Mi avvento su qualsiasi cosa al ristoro, compreso un gel che mi salva la vita. Riprendo ad andare verso il traguardo, svuotato ma teso a fare il personale e ad abbattere il muro. Al 39mo, a sorpresa, ritrovo il mio fratellone. E qui accade una di quelle cose che solo i podisti possono capire. My marathon brother è in borghese. Cappottino, jeans, allstars. Io sono un po' in crisi. E allora lui si mette a correre con me. Passiamo davanti a due fotografi che ci scattano le foto: podista in tenuta da podista e uomo in cappotto e jeans, uno spettacolo secondo solo a Coppi e Bartali che si passano la borraccia. Passiamo il 40mo, mangio e bevo, Brotha mi porta quasi al 41mo incitandomi e io gli assicuro con un filo di voce: 'scolta, faccio il personale e sto sotto le 3h 40', don't worry.

Voi non potete capire come sono gli ultimi chilometri di una cazzo di culo di figa di maratona.

(ho usato volutamente le parole cazzo e culo, ma avrete notato come artatamente ho aggiunto la parola figa)

Fatto sta che arrivo, accenno a uno sprint, devo farcela devo farcela devo farcela, ce la faccio: 3h 39' 37".

Praticamente, per 3h 39' 37" non ho pensato all'Inter. Questo è culo, confermo.

 

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10/04/2010

MILANO CITY MARATHON

AI MILANESI

Cari amici milanesi,

per motivi che comprendo, ma ovviamente non condivido, so di rappresentare per voi una gran rottura di cazzo. Ci sono i dead men walking e i dickbreakers running, e io appartengo - nella vostra visione - a questa seconda categoria. Io e altri 7mila fessi domani, in pantaloncini maglietta e scarp de tenis, attraverseremo una parte della vostra città (centrissimo e zona ovest) in un orario presumibilmente compreso tra le nove e mezza del mattino e le due e mezza del pomeriggio, dalla fiera Rho-Pero (minchia che partenza suggestiva) al Castello Sfarzesco (come diceva Abatantuono). Di solito, il passaggio di questa mandria di idealisti dello sport è salutato da voi con improperi, colpi di clacson, inviti chiassosi e coloriti (da "andate a lavorare" a "andate a fare in culo") e, com'è accaduto una sola volta (ma passata alla storia come indice della civiltà della vostra città), con un pittoresco lancio di uova.

Qualche colpo di clacson di qualche automobilista frustrato dal trovarsi in coda nonostante cartelli e articoli di giornale gli parlino da settimane della corsa, vabbe', lo si becca un po' dappertutto, sta nelle cose. Ma l'astiosa freddezza con cui Milano saluta il passaggio della sua maratona attraverso le sue vie è una potente esclusiva della simpatica metropoli meneghina. Ho corso la maratona a New York e Tokyo, e lì (sono moooooolto più metropoli di voi, amici milanesi) è stata una festa che è inutile che vi descriva, perchè non la capireste. Ho corso anche a Roma, che è una città probabilmente più abituata della vostra a vedersi bloccare la vita per qualche ora da cortei e dimostrazioni (comprese quelle podistiche) e ha ritmi forse un po' più paciosi dei vostri ed è molto più piena di turisti di Milano: è stata una festa anche lì, non come a Tokyo e New York, occhei, ma almeno per gli occhi e per il cuore sì.

Milano no.

Milano ha una maratona un po' del cazzo, che cambia continuamente data e percorso e inglesizza il suo nome sperando in grandi numeri e grande eco che non ha, anche perchè non li merita. Non li merita per ragione interne (organizzative, logistiche ecc.) e per ragioni esterne. E la ragione esterna, spiace dirlo (però è giusto che lo sappiate), siete voi.

Per cui nel mio piccolo, settemillesima parte dei settemila che domani attraverseranno la vostra città, correndo per buona parte in un percorso un po' così (mi emozionerò giusto passando davanti al Meazza e in piazza del Duomo al km. 24), vi lancio un appello. Scendete in strada (a piedi o in bici), andate a comprare il giornale, andate a bere un Crodino. Tenete i motori spenti, muovete un po' quei cazzo di culi che avete.  Fermatevi ai bordi del percorso. Rivolgete uno sguardo non compassionevole, ma allegro al gruppone che passa correndo. Magari un applauso, un "dai". Non costa nulla e non avete idea di quanto serva a gente che si fa 42 chilometri e 195 metri inseguendo il traguardo molto intimo e personale di un'impresa che è bellissima e resta dentro ogni volta, vada come vada, si finisca sorridendo o strisciando, si corra a Tokyo o a Milano.

Un tempo ero come voi. Poco partecipe, diciamo, nonostante il mio essere uomo di sport. Poi una domenica mattina di autunno, a cinquanta metri da casa, uscito a comprare il giornale o a bermi un Crodino, adesso non saprei, ho visto gente tagliarmi la strada di corsa. Era l'arrivo di una Milano-Pavia, la gara più ipnotica che c'è, parti da Milano e 33 km dopo arrivi a Pavia, un drittone noiosissimo e bellissimo, quelle cose illogiche e affascinanti che ti fa fare il podismo. Mi sono fermato lì, all'angolo della via, a guardarli uno a uno. Poi è passato Gianni Morandi e una sciampista ha fatto "Gianniiiiiii". Facce stravolte, passi strascicati.  La fatica, il sudore. Ho cominciato ad applaudirli, tutti. "Quanto manca?" "Duecento metri" "Grazie". No, grazie a voi. Avevo appena iniziato a correre, non ho più smesso. Grazie a voi, "vai vai, duecento metri", grazie a voi.

 

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IL PERCORSO E GLI ORARI

L'ELENCO DELLE VIE

I RIFERIMENTI DEI CHILOMETRI

14:48 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (32) | Segnala | Tag: milano, maratona, podismo | OKNOtizie |  Facebook

01/03/2010

SETTORE A TOKYO

GAN-BA-REEEE RO-BE-TOOOOH

Minchia, non vi dico la soddisfazione di avere un cazzo di blog (per definizione riconosciuta a livello globale: luogo del www dove uno scrive quello che gli pare) e di prendersi affettuosi insulti da certi che vorrebbero leggere quello che vogliono loro (modalità: facce ride). In fondo in sei fottuti giorni ho fatto 23 ore di volo, 22mila km di spostamento, attraversato 16 ore di fuso orario, dormito approssimativamente 10 ore, mangiato solo giapponese e corso una maratona (42,195 km) a 4 gradi centigradi e sotto una pioggia che ha smesso di cadere solo al km numero 36 di una gara in cui ero uno dei 40/50 italiani al via su 32mila partenti. Non frega un cazzo a nessuno? Mica mi offendo. Però mi prendo del pirla perchè non ho scritto nulla dell'Inter. Vi offro una dolorosa e franca spiegazione:

non ho visto le due partite dell'Inter.

Con mio enorme dispiacere, ero in volo mercoledì durante Inter-Chelsea e in albergo domenica dopo la maratona davanti agli aggiornamenti on-line della Gazza per seguire brandelli di Udinese-Inter. Voi parlate al bar di partite che non avete visto? Io no, di solito, per non fare la figura del pirla. L'Inter ha vinto e sono arcicontento. Ma non ho visto le partite (anzi, per scaramanzia magari ne salto ancora qualcuna per allungare il filotto) e quindi cosa scrivo? Che sono arcicontento?

(disclaimer: da qui in avanti non parlo di Inter, quindi non mi si caghi il cazzo)

Ho appena disfatto la valigia e c'era la roba della corsa ancora tutta bagnata a distanza di ore e ore. Non ho mai preso tanta acqua, così a lungo e così fredda. Non è stata solo una bella vacanza per staccare sei giorni scarsi,  e non è stata solo una grande maratona internazionale, ma è diventata in corso d'opera una specie di prova di sopravvivenza. Quindi il tempo stavolta ha contato poco. Ha contato esserci e arrivare in fondo, di riffa o di raffa, mezzo assiderato ma molto soddisfatto. Maratona ignorata dagli italiani e abbastanza irraggiungibile dal mondo (300.000 richieste on-line il primo giorno di apertura delle iscrizioni, che quindi è stato l'unico, giapponesi 9 partenti su 10), ma bellissima e organizzata in modo fantastico. In più, sotto l'acqua, pubblico dal primo metro all'ultimo a gridare gan-ba-reeeeee (you say this to encourage someone who is working hard, such as running in a marathon), cosa che non mi sarei mai aspettato dagli amici giap che reputavo mediamente timidi, se non muffi. Robodou è così diventato Ro-Be-Tooooh (o Ro-Bez nella seconda parte del percorso, mutazione che non mi spiegherò mai) e si è goduto le sue belle emozioni tremando per il freddo ma facendo cose fantastiche, tipo dare il cinque a una ventina di volontari del rifornimento che si sporgevano dai tavoli per allungarmi la mano e sembravano la nazionale nipponica di nuoto sincronizzato in tenuta da lavoro. Comunque i miei complimenti, Tokyo, very good job, un esempio strepitoso di come si organizza una maratona, di come la si ospita, di come la si festeggia.

E siccome questo è un blog, chiudo con i cazzacci miei, tiè. Un abbraccio a D., fratello di maratone, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Un bacio a C., la signora delle magliette, ad A., che ha corso per due, e a S., la bussola umana. Un inchino a L., milanese che studia da giapponese, lettore agli antipodi (scambiarsi due mail e darsi appuntamento a Tokyo, voglio dire, non ha prezzo), Milito addicted (come me), per una bellissima cena trasformatasi in un terzo grado su usi e costumi del Japan. Viva il podismo, Inter gan-ba-reeeee.

Per i poveri di spirito che non si fidano (sospiro) (stavo meglio in Giappone), questo è il link (almeno imparate a cercare): il tempo è allo sparo, al quale vanno tolti gli otto minuti che ci ho messo per passare sotto la linea della partenza. Sayonara.

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23:55 Scritto da: settore in Inter | Link permanente | Commenti (209) | Segnala | Tag: maratona, tokyo, inter | OKNOtizie |  Facebook

27/02/2010

TWITTING FROM TOKYO/4

Cominciamo dalle cose brutte: negli ultimi cinque giorni avrò dormito dieci ore (in tutto), per cui vedo stagliarsi all'orizzonte la seria eventualità di una maratona-chiavica. Quindi passiamo alle cose belle:  il turismo a  Tokyo procede a ritmi vertiginosi. Mi sembra di essere qui da settimane.  Ieri sera  Rappongi, dove  ho mangiato uno zuppone buonissimo.  Tornando alle cose brutte,  il suddetto zuppone mi  brontolava nello stomaco  alle tre di notte, dopo due orette di sonno striminzito.  Così è stato meno doloroso alzarsi alle 5 (tanto non dormivo) per andare al mercato del pesce, scenario da film, indimenticabile. Mentre evito muletti carichi di tonni che cercano di investirmi, arrivano sms dall'Italia in cui mi si chiede se sono vivo e se uno tsunami non mi ha ancora inghiottito. Okinawa è a 1.600 chilometri da qui, quindi l'unico terremoto che tuttora sento è quello dello zuppone. Ritorno in albergo, colazione molto rilassata. Gli altri podisti scendevano placidi dalle loro camere, io ero in pista già da quattro ore, che Budda li strafulmini.

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26/02/2010

TWITTING FROM TOKYO/3

Ritiro del pettorale più shopping compulsivo al Marathon Centre, un classico. Oggi qui c'è vento e piove, quindi sale la tensione. Il meteo è una scienza quasi esatta: in Italy, qualche giorno fa, avevo cercato "meteo tokyo", pensando si trattasse di un generatore casuale di previsioni meteo, tipo l'oroscopo dello Scorpione, per dire. Invece diceva: pioggia venerdì pomeriggio, e così è stato. Oggi scarpinata a Shibuya tra adolescenti molto trendy (volevo usare la parola "zoccole", ma poi mi avrebbero squalificato per tre giornate), più visita al tempio, più stradone dello shopping, più (questa era la prova del nove) test della metropolitana. E' una giungla, ma con un po' di concentrazione si può fare. E comunque se sbagli biglietto - tipo: fai una tratta lunga, ma compri il meno caro in assoluto - ti aspettano al varco perché tu, sia pure in extremis, ti redima: qui il biglietto ti serve anche per uscire, e se la macchinetta scopre che hai fatto il furbo ti cazzia, respingendoti verso le macchinette dell'adjustement dove aggiungi il dovuto fino all'ultimo yen. Non li freghi, no no.

11:58 Scritto da: settore in real life | Link permanente | Commenti (231) | Segnala | Tag: tokyo, maratona | OKNOtizie |  Facebook