24/04/2010
INTER-ATALANTA 3-1
SERENITA'
(E' UN BICCHIER DI PAELLA CON SALAMELLA)
La mia piccola è una delle sei-sette persone al mondo a possedere una maglietta nerazzurra di Burdisso. Trovarla mi era costata parecchia fatica, pari soltanto alla felicità del bancarellaro che me l'aveva venduta. Incredulo, lui, nell'essere riuscito a piazzare una maglietta di Burdisso small, uno di quegli oggetti di marchandising destinati a qualche museo di cultura italo-argentina oppure in un cassonetto della Caritas. Oggi - non esercitata l'opzione sulle maglie del centenario già in dotazione - la missione commerciale era rimpiazzare quella maglietta, e non potete capire quanto io sia stato felice nell'apprendere che la scelta per il sostituto era già stata fatta:
"Milito".
La mia piccola deve avere una predilezione per gli argentini con la faccia un po' sghemba, vabbe'. Ma è stato con grandissimo piacere che ho acquistato la maglietta del giocatore che amo di più nella meravigliosa squadra di quest'anno, un giocatore un gradino sopra agli altri, perchè da tempo anelavo a uno così, un centravanti intelligente, una punta moderna, un uomo un mito il principe Milito. Così sono tornato dallo stesso bancarellaro di Burdisso. L'altra volta, nell'acquistare la maglietta di Burdisso, mi ero nascosto dietro una pila di sciarpe come stessi comprando un dvd di Maurizia Paradiso. Oggi, invece, mi sono fatto largo tra la folla è ho esclamato con l'accento un po' così:
"Garçon, una Militò small slimfit tres beau"
Ci siamo quindi recati da un salamellaro a caso. Qui mi sono soffermato a osservare i clienti e ad assistere alle loro spaventose comande. Dentro quei panini ho visto gente pretendere qualsiasi cosa, accontentata puntualmente dalle signore del chiosco. "Un panino con la salamella". "E con?" Alla preposizione "con" tutti si sentivano autorizzati a cacciare dentro al panino ogni ben di Dio: peperoni, crauti, cipolle, patatine, maionese, ketchup, oli esausti e topi morti. In mezzo alla folla brulicante - questa cosa porta bene, lo sottolineo - incontro poi Antonio di Vicenza. Abbracci e convenevoli. Antonio è con un tizio e mi presenta:
"Allora, questo è il mio amico Roberto, è un interista ed è uno scrittore".
Alla parola "scrittore" mi sono alzato il bavero e mi sono guardato in giro furtivo, come se Antonio avesse detto:
"Allora, questo è il mio amico Roberto, è un interista e spaccia crack ai bambini delle elementari, non prima di avere indotto alla prostituzione le loro madri e avere rubato le autoradio ai loro padri".
Superato il momento di imbarazzo (l'amico di Antonio mi guardava come fossi Ken Follett) congedo la compagnia e mi reco al mio posto: stavolta un primo blu, acquistato non senza difficoltà da una bella bigliettaia che aveva capito "secondo blu" e ha dovuto rifare tutto mentre dietro di me la folla rumoreggiava.
Essere abituati bene vuol dire andare in svantaggio e star lì mezzi annoiati ad aspettare l'evolversi positivo della partita, sapendo che prima o poi arriverà. Noi, appunto, siamo abituati bene. Anche se debbo dire che al minuto 23 ho alzato lo sguardo verso il cronometro e, con ancora negli occhi l'occasione dello 0-2, mi sono girato verso Dieghina Milita dicendole:
"Uè, non abbiamo ancora fatto un tiro in porta".
Il tempo di rigirarmi verso il cuore del gioco e vedevo una palla vagante su cui si avventava il giocatore più sottovalutato del Terzo millennio che infilava con un pallonetto, esattamente lungo la direttrice della mia visuale. Bellissimo. L'ho interpretato come un segno divino. Infatti, mentre urlavo "gaaaaaaaaaaaaaaaaaa" come un ossesso, mi appariva il volto di Milito che mi osservava con bonario disappunto dicendomi:
"Tu stavi dubitando, figliuolo, e questa segnatura è per te e quelli come te. In questo segno vinceremo"
diceva baciando lo stemma dell'Inter. La partita proseguiva poi su binari più acconci alle nostre attese. Abbiamo vinto la partita più importante dell'anno entro la data corrente. La prossima sarà ancora più importante, in terra straniera e inospitale. Concentriamo le nostre energie positive. Domani sera a quest'ora potremo fare un piccolo breefing per capire dove siamo e dove stiamo andando.
Per adesso sono qui, in piedi, ad applaudire. Quando è uscito Milito e c'è stata la standing ovation (ah, Mou: ogni tanto - ogni decennio, almeno - fa' uscire anche il Capitano, dai), mi sono alzato a battere le mani in uno slancio affettuoso che non mi riconoscevo, una sorta di cripto-omosessualità virile verso il giocatore del miei sogni. E sono rimasto così, in piedi, ad applaudire, anche quando gli altri si erano seduti e Milito era già fuori da un pezzo. Sembravo Breznev al Politburo. Un solenne clap clap clap. Adoro questa squadra e adoro questi uomini. Viva l'Inter, viva i colori nero e azzurro sapientemente combinati, viva Burdisso, viva Milito, abbasso chi sapete voi e non mi va di nominare in questo sabato così sereno e odorante di carne alla piastra e colesterolo.
02/02/2010
NOVITA'
VIVA LA MARIGA
I primi segni di malessere li ho avuti durante la diretta Sky. Già mi giravano le palle per l'Inter, voglio dire. Poi, saltabeccando tra un campo e l'altro, al quinto giocatore di cui a) non conoscevo neppure l'esistenza, oppure b) notavo una casacca appartenente a una squadra che non mi immaginavo, ho avuto un sussulto di orgoglio e mi sono visto una puntata di Lie to me, che mi è costata tra l'altro il gol di Lucarelli. Il mercato di gennaio sarà anche divertente, ma mi ha destabilizzato. Non ho preso appunti e ho finito per non capirci più una fava. Giuocatori scambiati, tirati fuori dalla naftalina, importati di nascosto. Boh.
Il mio ultimo pomeriggio è stato attraversato da gente in fibrillazione, che mi veniva incontro per informarmi che l'Inter non trattava più Ledesma ma aveva preso Mariga e Simplicio era a Milano e Mancini con la esse lo avevamo rifilato al Milan ma Jankuloski ha rifiutato il trasferimento cazzo.
Per dove?
"All'Inter!"
Cioè, noi?
"L'Inter!" (mi dice con l'aria di uno che sta parlando non dico a Massimo Moratti, ma almeno a Bedi)
Ma scusa, non ho capito. Zuniga
"Mariga!"
Sì, Mariga. L'abbiamo preso.
"Sì!" (mi dice con l'aria di uno che deve masturbarsi con urgenza)
E Simplicio?
"E' a Milano!"
Vabbe', ma che vuol dire? Magari è andato alla Triennale a vedere la mostra di Roy Lichtenstein.
"Lichtsteiner? Ma no, noi volevamo Kolarov".
Ma che Lichtsteiner. Lichtenstein.
"Lichtenstein? Hanno sorteggiato i gironi degli Europei?"
Al che c'avevo da fare e l'ho congedato. Ma non si può vivere così. Comunque mi sono seduto e ho fatto due conti: prendendo Pandev e Mariga e cedendo Vieira e Mancini con la esse mi sembra che ci abbiamo guadagnato in mobilità e pericolosità. Io di Mariga ricordo solo un clamoroso liscio al limite dell'area in Udinese-Parma alla prima di campionato (Di Natale ha preso palla incredulo e ha segnato), roba che se lo rifacesse a San Siro lo scuoieremmo per giorni. Comunque leggo su Settore (mi sono informato attraverso i commenti, non c'è nessuno che abbia scritto un riga su cosa fa normalmente Mariga per guadagnarsi la pagnotta) che è un bell'atleta e ha una bella castagna, anche se ha la visione di gioco di un bambino dell'asilo. Io naturalmente sono fiducioso. Anche perchè la cessione al Milan di Amantino potrebbe rivelarsi una mossa meravigliosa e astuta: appesantire la squadra avversaria con una sòla monumentale è un sogno che coviamo da anni, soprattutto nella logica contorta e inculatrice che regola gli affari Inter-Milan. Con gli scambi occhei, come negarlo?, abbiamo fatto cagare, ma con le cessioni unilaterali ci siamo presi qualche bella rivincita. Vieri, Ronaldo, Favalli e ora Mancini: il più giovane c'ha l'artrosi, il più sano c'ha la rogna. Speriamo che Amantino non sbocci e torni quello di Roma, dove alternava pause monumentali a qualche settimana di splendore, e dove ha segnato quasi 60 gol contro uno (1) segnato da noi, con la nostra bella maglia che nonostante i colori scuri e le linee verticali riusciva a mettere in evidenza le sue maniglie dell'amore.
Mentre in qualche luogo ignoto la gente ratificava contratti e aggiornava le rose, la serata - la mia serata, dico - si concludeva con la ribellione del mio computer, il mio fido computer del luogo di lavoro, che per l'occasione ho ribattezzato Spartacus. Battendo tasti minuscoli mi uscivano le maiuscole, battendo i numeri mi uscivano parentesi, battendo segni di interpunzione uscivano altri segni di interpunzione.
"E togli il coso delle maiuscole, cribbio".
Caps lock.
"Chi l'ha preso?"
Chi?
"Capslock".
Il Chievo.
"Dai!"
Bene, così me lo sono tolto dai coglioni. Il caps lock ovviamente non era inserito, sennò mica mi lamentavo. Ho fatto allora quello che fanno tutti, da Jobs a Gates: ho spento e ho riacceso. Con questa conclusione: alla riaccensione non mi riconosceva più la chiave, chiedendomi di togliere le maiuscole che io non avevo inserito e ridigitarla. Così, per numerosi tentativi, fino a quando mi sono alzato dalla sedia tipo Mourinho quando non gli fischiano un rigore e ho detto
Cazzo! Vado a casa, fanculo. Fanculo!
Per cui, voglio dire, Mariga per me oggi è stato solo l'apostrofo nero tra le parole computerdim'merda.













