29/08/2010
VITA DA NON-ATLETA
IL POLPO PAULINO
Ieri sera, sabato, poco prima delle ore 24 stavo complimentandomi con la cuoca per la tenerezza di un polpo al vino rosso, che celebravo in maniera barbara finendo a canna una weizen dei fratacchioni bavaresi. Mentre vivevo con nonscialàns questo bel momento di vita e di gastronomia, mi sfuggiva lo sguardo sul mio orologio da polso. E non ero tanto colpito dal fatto che fosse mezzanotte, quanto dalla data. Il 28 cominciava a dare spazio al 29. Cosa dovevo fare il 29? Già, cazzo: cosa dovevo fare il 29?
Al che, in un attimo di lucidità, mi veniva in mente che avevo una corsa. Oggi, domenica 29, alle ore 9. Minchia, dicevo tra me e me mentre pensavo a quanti tentacoli avevo mangiato e a quanta birra avevo bevuto. Considerando che la notte precedente - quella del mesto ritorno dal Principato di Monaco - avevo dormito tipo quattro o cinque ore, e che l'immediata vigilia (nove ore prima!) la stavo vivendo mangiando polpo e bevendo birra trappista, mi stavo già immaginando come sarebbe stata la mia corsa: una cosa vergognosa e ridicola, al termine della quale mi avrebbero tolto la licenza podistica e mi avrebbero squalificato per sei mesi per condotta lasciva.
Dopo sei ore scarse di sonno la sveglia suonava impietosa, e alcuni minuti più tardi mi avviavo al malinconico appuntamento con il mio socio podista. Nelle vie deserte della città venivo assalito dai più foschi presagi: mi ritirerò dopo trecento metri, o sverrò come Dorando - ma dopo solo un paio di chilometri - o morirò come Enrico Toti tirando il Garmin contro il nemico. Per fortuna la trasferta era breve (la gara era in un paese a sei o sette chilometri da Pavia) e, arrivato al tavolo delle iscrizioni, cercavo di convincermi che mi sentivo bene.
In realtà, durante il riscaldamento mi accorgevo di avere due plinti di cemento al posto delle gambe, e un pallone geostazionario al posto dello stomaco, e una zavorra da mongolfiera al posto della pancia. Mi trascinavo per il paesino dove alcuni autoctoni mi scambiavano per Michael Jackson durante il suo proverbiale moonwalk, però in avanti.
Comunque ormai ero lì, mi ero iscritto e vaffanculo. Vado alla partenza, pum!, e parto. Nei primi 500 metri sembravo un uomo alle prese per la prima volta nella vita con la pratica della corsa. Ma il fatto di essere sopravvissuto al primo mezzo chilometro mi dava fiducia. E quindi superavo Ponte, e poi Mottisoli, e poi Bon Jovi, e poi Banati (che parte sempre piano) e poi addirittura Princi. Dopo un chilometro e mezzo tutti i miei tradizionali competitor (categoria podisti decorosi) erano tutti dietro tranne uno, Possanzini.
Quindi mi metto alla caccia di Possanzini. Lo marco stretto per un po', poi lui allunga e decido di lasciarlo sfogare. Nel frattempo Banati fa la sua solita remuntada, ma io nel lasciarlo sfilare supero in maniera del tutto inaspettata Cristoforo (che di solito mi batte) e poi anche Puntuti e Aziz, che mi battono sempre ma si vede che sono appena tornati dalle vacanze. Tutto questo si svolge a metà gruppo. Quelli forti non li vediamo neanche più, but who cares? Ormai il fatto sportivo della giornata è tutto qui, nella sfida tra Possanzini e Settoreh.
E' verso il quinto chilometri che il polpo, che per simpatia chiamerò Paulino, comincia a fare capolino e vuole uscire dal mio stomaco. Ma che cazzo, dico io, sei morto, ti ho mangiato, non mi rompere i coglioni. Eppure sento che si agita, questa merda di Paulino. E Possanzini allunga. Continua a girarsi per vedere dove sono. E probabilmente gode, perché io perdo metro su metro. Polpo del cazzo. E in un momento di particolare difficoltà mi appare questa scena: vedo Paulino sguazzare nell'acquario del mio stomaco intorno alle fototessere mia e di Possanzini, e poi abbracciare quest'ultima. E vedo centinaia di giornali, tv e siti internet dare la notizia:
"Settoreh è fottuto, vince Possanzini. L'ha detto Paulino".
Verso il settimo chilometro torno in me e comincio piano piano a rimontare, ma ogni volta che mi vede a tiro Possanzini allunga. Gli arrivo anche a cinque-sei metri, ma lui scatta. All'ultimo chilometro vengo raggiunto da due tipi mai visti. Mi lascio superare e mi aggancio al treno. Il mio piano è subdolo e fantastico: mi nascondo, stringo i denti, raggiungo Possanzini e lo inculo. E infatti mi avvicino, mi avvicino, mi avvicino... ma lui a un certo punto si gira, mi vede e allunga. Basta, rinuncio: mancano trecento metri e lo lascio andare. Possanzini mi fotte cinque punti, ma io taglio il traguardo tra gli applausi della folla*. Mi fiondo al tavolo del tè e me lo trangugio sentendomi inaspettatamente vivo.
La morale della gara di oggi è: la vita d'atleta è una mistificazione dei produttori di pasta integrale, e se volete mangiare un chilo di polpo e bere un litro di birra nove ore prima della gara, beh, si può.
*non è vero. Mi ha applaudito solo un anziano compagno di squadra, così, per simpatia.
16:51 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (198) | Segnala | Tag: podismo, corsa, polpo, montecarlo, inter | OKNOtizie |
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28/08/2010
INTER-ATLETICO MADRID 0-2
VIVERE MULTIPIANO
Che poi a un certo punto mi sono chiesto: cosa ci troverà mai Tulliani in Montecarlo? Infatti, se ci pensate, il massimo del divertimento per lui è andare all'autolavaggio con il Ferrarino. Dio, che posto triste. Fatta eccezione per il panorama, le fighe, le barche e le macchine: cosa mi rappresenta una Montecarlo? Sembra di stare in un enorme multipiano, in cui scegli se andare a mangiare al meno 1 o dal barbiere al meno 2 o al bar a più 3. E' tutto sottoelevato o sopraelevato. A parte il livello zero (il mare), non ci capisci un cazzo, come quando torni a Malpensa dopo due o tre giorni e non ti ricordi più dove hai lasciato la macchina? Nord, Sud? Meno 1, meno 4? Boh.
Peraltro, l'accrocchio è bene organizzato, una volta che sei entrato nei percorsi mentali di questi miliardari di sangue blu. Segui le frecce. Ecco, non chiedere mai indicazioni. Le vie di Montecarlo sono mille ma hanno quattro o cinque nomi declinati all'infinito. Per esempio: c'è via Alberto II, largo Alberto II, corso Alberto II, piazza Alberto II, circolo del bridge Alberto II, giardino Alberto II, sailcazzo Alberto II e così via. Ma non ti devi sbagliare: via Ranieri e corso Carolina sono magari a due chilometri di distanza da corso Ranieri e via Carolina. I cessi pubblici Prince de Hannover sono una cosa, la discarica Prince de Hannover è un'altra. Il cinema Stephanie non è da confondere con la biblioteca Stephanie. Le cose poi si complicano quando entrano in giuoco Alberto I, Ranieri II, Stephanie III. Multipiano anche i nomi. Così devi procedere privilegiando pochi parametri: il mare è a sinistra, la montagna è a destra, la Rascasse prima o poi la troviamo. Louis II non so chi fosse, ma le indicazioni per lo stadio erano perfette. E la viabilità cittadina è una figata: fuori dal Principato sembra di essere a Spaccanapoli, ma appena passi il cartello entri in un mondo incantato, dove le strade sono tutte libere e portano tutte al parcheggio dello stadio, dove un cartello ti avverte che per una liberalità di Alberto II si pagherà un forfait di 2 euro, una roba da straccioni tenendo conto che tu sei al P4 e lo stadio al P6.
Qualche ora dopo il morale sarebbe stato al Pmeno2.
Ma torniamo al prepartita. Sistemata la macchina a dieci metri in linea d'aria dal cerchio di centrocampo (temperatura interna parcheggio: 70 gradi), io e il fido Hal ci inoltriamo nelle vie intorno allo stadio (temperatura esterna Montecarlo: 32 gradi, con il 120 per cento di umidità), dove finalmente ritiro il mio biglietto accendendo un mutuo che estinguerò quando Balotelli appenderà le scarpe al chiodo. Nel frattempo mi nascondo dietro una colonna, fra tre siciliani che vendevano sciarpe come fossero dosi di cocaina e alcuni flic monegaschi che avevano appena usato lo spray al peperoncino contro qualche fesso in trasferta. E lì, in posizione assolutamente defilata, venivo riconosciuto da Claudia, che mi baciava le mani sotto gli occhi allucinati del marito che prendeva informazioni su di me e su alcuni avvocati matrimonialisti a buon mercato; e poi da Matteo, giovane e coraggioso interista romano che ha in piedi alcune vertenze con la società circa la vendita dei biglietti e che quindi gode di tutta la mia solidarietà. Mentre Hal mi chiede come mai io non ho mai visto loro, loro non hanno mai visto me eppure mi riconoscono, mi sento chiamare alle spalle e noto AB, luguleio della balaustra, che mi abbraccia e mi presenta il fratello. Hal, roso dall'invidia, cerca di vendere il suo biglietto nell'antistadio per andare a giocarsi tutto alle slot, ma poi si avvia verso la sua semicurva, mentre io - il destino mi perseguita - vado in curva.
Dove - la faccio breve - prendono posto almeno mille persone in più rispetto a posti effettivi. E quindi mi chiedo: cosa cazzo vendono i biglietti a mezzanotte se poi entra chi cazzo vuole? I controlli all'entrata erano veri o fasulli? E quanti biglietti della curva hanno stampato (tanto non erano numerati), in onore alla trasparenza, alla verità dei fatti, alla sicurezza e alla mai doma questione delle famiglie allo stadio?
Quindi mi giravano i coglioni, così come alla lettura della formazione che ufficializzava l'abdicazione del nostro ritrovato credo offensivo e un po' sfacciato delle tre punte e mezza. Poi vabbe', la partita l'abbiamo vista tutti. Abbiamo finito la birra al 15mo del primo tempo e al 10mo del secondo: un po' poco, dovendo giocare 45 minuti per tempo secondo i regolamenti internazionali. Peraltro, avendo già abbracciato la tesi che le partite di agosto sono incommentabili, come non lo era quella di sabato scorso non lo è nemmeno quella di ieri sera. L'Inter era una bottiglia vuota (cit.) e l'Atletico una squadraccia senza arte nè parte con l'ineguagliabile occasione di vincere la seconda coppa europea nel giro di tre mesi alla faccia, tra gli altri, di quei finocchi del Real. Ad agosto qualche volta gira (come contro la Roma) e qualche volta no. Ad agosto, di questi tempi, magari un anno ne fai quattro al Milan e un anno ne prendi due dall'Atletico Leonzio. Volendo mostrarmi preoccupato, diciamo che dopodomani inizia il campionato e la mia squadra del cuore mi appare un po' sulle ginocchia. Ma passerà.
Il rientro è stato accidentato. I cinquemila interisti erano tutti all'autogrill, per cui noi - che siamo snob - aspettiamo di trovarne uno abbastanza deserto, e quindi arriviamo ad Albenga. Dove ci aspetta una triste realtà: era finito tutto, tranne gli Apollo e la Rustichella vegetariana. Arriviamo a Pavia alle tre e mezza. Quel cazzone di Hal, nel congedarmi, dice che vuole andare a Tottenham. Non mi ricordo se gli ho detto sì oppure vai a fare in culo.
15:26 Scritto da: settore in Inter | Link permanente | Commenti (188) | Segnala | Tag: calcio, supercoppa europea, atletico madrid, inter, montecarlo | OKNOtizie |
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27/08/2010
SUPERCOPPA
QUI MONTECARLO
"Sectuaaaaar, Sectuaaaar!"
"Caroline, ma chi è?"
"Quello là con la maglia tarocca di Milito. Sectuaaaar, bienvenù!"
"Ma chi cazzo è Sectuar?"
"Leggo sempre il suo blog. Yuuuuuuu-uuuuu!"
"Boh. E tu lo conosci Stephanie?"
"No. Cosa fa?"
"Il blogger, se ho capito bene?"
"Blogger? Che mentecatto. Io solo domatori, saltimbanchi e gorilla"
"Ah già, scusa"
12:34 Scritto da: settore in Inter | Link permanente | Commenti (386) | Segnala | Tag: calcio, inter, supercoppa europea, atletico madrid, montecarlo | OKNOtizie |
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