Blog ufficiale di Virgilio

23/09/2010

ONLY IN AMERICA

SATISFACTION

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Libreria Rizzoli New York, 31 West 57th Street, poco fa.

(thanks ZioB)

13/11/2009

MARATONA -2

LA FOTOGRAFIA

 

nuovayork2.JPG

Che roba, il podismo. Io praticamente ho iniziato a correre sotto l'effetto di alcune suggestioni (la passione per l'atletica, la ricerca della novità, la sfida dei quarant'anni, la costruzione di un'impresa, l'esempio di Linus e Gianni Morandi, i racconti di Doug) e con il preciso obiettivo di trovarmi prima o poi dentro la fotografia lì sopra, come in effetti un giorno è accaduto. Un giorno, anzi, un momento atteso per molti anni (perchè anche prima che iniziassi a correre, e non ce l'avevo nemmeno nell'anticamera del cervello, le immagini della partenza dal ponte di Verrazzano mi mettevano sempre i brividi alti così, e l'arrivo in Central Park anche di più). Eppure quel tizio con la maglietta con scritto "Roberto", come si nota, taglia il traguardo e non esulta. Anzi, sembra dire "mano male, basta, fuck you". La meravigliosa maratona di New York, racchiusa in una bellissima vacanza 'mericana con tanto di elezione di presidente abbronzato vissuta ad Harlem, ha coinciso con una delle mie peggiori giornate podistiche. in assoluto. Ho ancora gli occhi e il cuore pieni di quella corsa, ma fatico a ricordarmi a memoria (4h 28 e qualcosa) l'orribile cronometraggio.

ArrF03886.jpgHo imparato proprio prima e dopo New York che il podismo è una scienza quasi esatta e la maratona la miglior dimostrazione di questo postulato (figa, dai, ma in quale blog leggete mai la parola "postulato"?). A parte gli imprevisti di giornata (un'indigestione, una storta, una bronchite, un meteo bastardo), tu corri una maratona nell'esatto modo in cui l'hai preparata. New York l'avevo preparata male (troppo distratto, il coming out, il libro uscito da un mese, un para-infortunio a fine luglio trascinato per settimane) e l'ho corsa male. Padova, sei mesi dopo, l'ho preparata bene (uno sterminio di chilometri, lenti ma inesorabili) e l'ho corsa bene. Si vede tutto dalla fotografia finale: a Padova arrivo a braccia alzate in 3h 44' 56" (questo lo ricordo bene), tre quarti d'ora in meno di New York. Arrivo e non penso "meno male, basta" ma "evvai!", sprintando per stare sotto le 3h 45", un piccolo muro abbattuto per noi podisti poveri ma dignitosi.

Dopodomani la mia sesta maratona arriva a duecento metri da casa. La Milano-Pavia (che di solito è di 33 km, ma quest'anno elevati per la prima volta anche a 42,195) è una corsa ipnotica lungo il Naviglio, una specie di lungo rettilineo dove devi pensare poco, e comunque non cose del tipo "adesso vado avanti così fino alla prossima curva" perchè di curve ce ne sono zero, e i chilometraggi dei cartelli stradali ti ingannano e i pescatori ti guardano male. La Milano-Pavia, per uno di Pavia, è terribilmente affascinante perchè la mattina presto - che è ancora buio e scendi le scale in fretta deglutendo l'ultima fetta biscottata con il miele - ti imbarchi su un pullman, ti fai portare a Milano e da lì torni a piedi a Pavia, una specie di penitenza che fa molto podismo. E' la corsa più noiosa del mondo ma ha un suo perchè, uh se ce l'ha. Qui la odiano tutti. A me piace da morire.

Sono preparato? Non lo so. Ho corso meglio rispetto a questa primavera, ma un po' meno. Quindi prevarrà quel briciolo di qualità in più, o - negativamente - quei chilometri che non ho fatto? Basteranno tre lunghi, oppure finirò la benza com'è naturale dopo il 30mo e arrivederci e grazie, rassegnato a un lento trascinarsi all'arrivo? L'aver scoperto che il podismo è scienza quasi esatta mi ha regalato un'iniezione di curiosità verso questa disciplina che affronto sì con spirito di sacrificio, ma anche con quella predisposizione un po' naif che mi distingue dai fachiri e dagli esaltati. Corro da cinque anni e da cinque anni miglioro i miei tempi, anche perchè l'ho fatto con leggerezza e a piccoli passi. Ho placato la bulimia da record gestendo la mia solenne imperfezione: questo mi consente di avere ancora margini di miglioramento.

Come tutto questo si sia infilato nelle pieghe della mia indolenza, boh, non lo so. La domenica dormo cinque ore, mi alzo al suono della sveglia, mi vesto e vado a correre nei posti più disparati della Padania. Durante la settimana colgo al volo quelle due o tre ore libere e come Clark Kent passo dagli abiti civili a quelli tecnici in un amen, appiccio il Garmin e vado. Da cinque anni il pigro Settore si allena tre volte la settimana. Davvero, non so cos'è. Anzi, lo so. E' il podismo.

06/11/2008

SECTOR IN HARLEM

TRA I NERI, NON PER CASO

'Ste cose devo scrivermele.

Martedì sera verso le otto, stanco di vivere emozioni a cristalli liquidi in Times Square, dove gli exit poll arrivavano a basso ritmo sui maxischermi e qualche centinaio di ragazzotti faceva il tifo per l'uno o per l'altro in favore di steadycam, sono sceso in metropolitana. I due dollari spesi meglio di tutto il soggiorno newyorkese: un biglietto per salire sulla linea rossa e, in direzione nord, farmi portare alla 125th street.

Io a New York c'ero stato nel 1991, poi più. Un tour organizzato mi aveva portato sulla 125th davanti all'Apollo Theatre, templio della musica nera. Era la strada da dare in pasto ai turisti, giusto per poter dire di essere stati ad Harlem. Davanti al teatro c'era un tizio enorme pieno di collane e seduto su una sedia in vimini, che faceva finta di essere il re del quartiere. Intorno, una certa desolazione. La guida sul pullman aveva detto di fare in fretta, non si sa mai. Poi siamo andati nel Bronx. Non ci avevano nemmeno fatto scendere: "Meglio di no. Bene. Ora andiamo all'Empire".

E quindi, insomma, appena ho messo il piede fuori dal tornello della metro un brividino mi è venuto. E salendo le scale come Pinocchio (ah, la maratona), sono arrivato sul marciapiede guardandomi intorno un po' circospetto e tastandomi la tasca del portafoglio. Ma Harlem nel frattempo è diventata un'altra Harlem. Adesso ci vanno ad abitare anche i bianchi, perchè i prezzi sono più bassi rispetto a certe zone fighette di Manhattan. Chissà,  presto forse diventerà una zona fighetta anche Harlem, pensa te. Alle nove di sera, quando ancora i risultati erano troppo lontani dalla soglia dello sbilanciamento, c'era in giro poca gente. Molto pacifica, anche negli sguardi.

Al Lenox Lounge, con birretta o cocktail d'ordinanza, si brinda e si parla con un occhio alla tv. Ci sono parecchi bianchi con la spilla di Obama. Se non fosse per il volume alto della Cnn, sembrerebbe una serata normale. Entro, esco, scatto due foto. Lo fanno anche altri. Tutti documentano.

In lontananza vedo l'insegna dell'Apollo. Ci vado. La 125th non è patinata come Manhattan ma nemmeno quel bordello che mi ricordavo vagamente. C'è gente che si rimpinza da McDonald's e Burger King, altra che si ustiona da Starbucks, altra ancora che gira tra gli scaffali di H&M. Non vedo più il ghetto violento descritto in certe guide di vent'anni fa. Stanno per eleggere il primo presidente nero e sembra un martedì come gli altri. L'unico segno di discontinuità è l'assembramento davanti a un maxischermo, dove c'è un palco per i comizi e qualche tribunetta. Una  discreta folla assiepata, ma niente di che. Ogni tanto si sente la voce di uno che arringa i presenti. Due applausi. Qualcuno suona il bongo. La Cnn sta ancora troppo sul vago per i gusti e le attese di questa gente.

Gli exit poll decisivi saranno alle 11. C'è tempo per mangiare. Lascio la piazza e vado da Silvya's,  trecento metri più in là, ripassando davanti alla metro. Petto di pollo alle erbe. "No, le patatine non le abbiamo. Ti metto gli spinaci, guy". E la birra? "La birra sì". Nella sala grande c'è un cenone di sostenitori democratici, con bambini in ghingheri e signori con panza e cravatta. Nella sala dov'ero io si festeggiavano due compleanni. Tutti neri, tutti sorridenti. C'è anche un tavolo con quattro carampane bianche. Bianchi anche un cameraman e una ragazza, girano nel ristorante documentando non so cosa.. Si appalesa anche una strana compagnia italiana: tre gay, una donna. La Cnn è sullo sfondo. Tutti aspettano la valanga di seggi che sarà distribuita alle 11 di sera. Di tanto in tanto si assegna qualche staterello, soprattutto a Obama. Il quorum si avvicina. Ogni volta parte un gridolino, un battimani. Qualche sospiro. Pago e torno into the crowd.

Che però non c'è ancora. Ma inizia a formarsi intorno alle dieci e mezza. E alle undici c'è già un discreto casino quando la videata della Cnn sembra un jackpot. Stato dopo stato i numeri di Obama impazziscono e poi, con la California, sballano. Ora c'è casino. Cori, urla, gente che poga. La festa aspetta solo la parolina magica, "elected", che  appare sullo schermo poco dopo le undici, le cinque del mattino in Italia.

Ero al posto giusto nel momento giusto. Mi trovavo ad Harlem nell'attimo esatto in cui gli Stati Uniti sceglievano il loro primo presidente nero.

Mi sono commosso un po' anch'io. Perchè i ragazzi ballavano e facevano casino, si abbracciavano e cantavano, insomma pensavano a divertirsi e mettevano allegria. Ma quelli più anziani, diciamo da quaranta in su, avevano varie gradazioni di occhi lucidi, e qualcuno piangeva a dirotto perchè  si vedeva che questa gente, questo quartiere,

queste persone che Berlusconi definirebbe abbronzate,

un momento così lo hanno aspettato una vita e adesso ce l'hanno davanti e quasi non ci credono, anche se i sondaggi erano favorevoli, le premesse c'erano e, tutto considerato, l'eventualità che McCain la spuntasse era abbastanza residuale.  Obama è presidente. Arriva una folla pazzesca, Harlem scende in strada e converge lì, il luogo da cui tutte le televisioni facevano i collegamenti in diretta per testimoniare la reazione della New York nera.

Una calca abnorme. Ma intorno si realizza un piccolo miracolo che mi dice quanto sia cambiata New York dal 1991 a oggi. Mentre i risultati arrivavano, i poliziotti - giunti in forze senza dare nell'occhio - erano riusciti a transennare la strada. C'è la festa, ma i pullman passano (!). C'è un casino da non credere, ma i caroselli delle auto si fermano al semaforo rosso (tutto ciò è fantastico) (ma non era l'Harlem violenta, questa?). Sei nel pigia-pigia, ma non succede un cazzo.

Come in Italia, no?

Sulla tribunetta e tutt'intorno le ragazze si mettono a cantare "Ain't no stoppin' us now", con una leggerezza e una felicità che resti lì a guardarle. Ne arriva di ogni. Mi passa davanti una sezione di fiati in fila indiana ("Oba.ma!, Oba-ma!") e rischio la vita sfiorato da un trombone. Sul maxischermo compare McCain per il discorso dello sconfitto, che non ascolta nessuno (peccato, ha detto cose molto belle sull'orgoglio nero). Quando finisce, tutti lo salutano ironicamente. Si aspetta il collegamento da Chicago. Quando appare Obama, il casino è alle stelle. E d'incanto tutti zitti ad ascoltare un discorso che finirà sui libri di storia, come tutta questa notte.

I poliziotti presidiano la festa con una serenità quasi innaturale. Come se non ci fossero, ma essendoci, altrochè. Non sgarra nessuno, non è il momento. Dopo mezz'ora di wrestling riscendo in metropolitana per tornare a Times Square. Un uomo e una donna stanno litigando ferocemente da un marciapiede all'altro, e se non ci fossero i binari in mezzo si sbranerebbero. Vorrei dirgli che ha vinto Obama, ma mi siedo e mi godo lo spettacolo. Intorno tutti sorridono. Da pochi minuti hanno un presidente nero.

A Times Square la festa è più bianca, ma comunque impetuosa. Anche i tassisti fanno il carosello. E si fermano al semaforo rosso. Come in Italia. I poliziotti osservano compiaciuti la nuova New York mentre i maxischermi rilanciano l'immagine di Barack Obama. Mi faccio fare una foto da una ragazza che si impegna a trovare l'angolatura a effetto.

Gli Stati Uniti d'America hanno un presidente abbronzato, e io c'ero, nell'esatto istante che.

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(grazie a D., fratello di maratone e filmatore di emozioni, e a G., che mi ha portato ad Harlem)

04/11/2008

INTERISTI A NEW YORK

SNOBISMO

Sono al centro del mondo, nel posto in cui si decidono i destini del mondo scegliendo un presidente invece di un altro. Ma io sto cercando un pub che trasmetta Famagosta-Inter.

03/11/2008

LA MIA MARATONA

DAI RETTA A ROBODOU

Dopo la sveglia alle 5 meno qualcosa, una colazione veloce in un postaccio gestito da un cinese, tre quarti d'ora di pullman che ti regalano l'emozione dell'alba con skyline, un quarto d'ora a piedi seguendo genericamente la fiumana dei pettorali blu, e due ore e mezza (dicasi: due ore e mezza) imbacuccato come un homeless per ripararti dal freddo e dal vento, sdraiato sull'asfalto in favore di sole cercando ogni singolo grado che potesse riscaldarti, cosa vuoi che sia una maratona? Trascorse le due ore e mezza nette di lotta per la sopravvivenza e contro la noia, comincio la vestizione e mi accorgo di tutto il mondo che c'è intorno, compreso di un tizio che fuma, forse nervoso per l'attesa, mentre mi chiedo che fine avrà fatto un altro tizio sulla settantina, con una panza così, sceso dal pullman in canottiera e pantaloncini. Del ponte di Verrazano vedo giusto la cima, e lì sotto siamo in quarantamila ad aspettare di entrare nelle gabbie e incamminarci lenti verso un posto che conosco a memoria pur non essendoci mai stato. Si sentono i colpi di cannone delle partenze precedenti, poi ci si schiera dietro i caselli del ponte, e vista così sembrerebbe la maratona di Melegnano.

Ma è New York.

E quando parte la nostra ondata, la seconda, quella dei nè top nè pipp, ci mettono "New York Ney York" e "Born to run" a palla, un'americanata che però, proprio in quel preciso istante, aveva un suo perchè. I ponti sono in salita, Poi c'è la discesa, certo, ma la salita è tosta, quasi ripida. La maratona comincia arrampicando, ma ormai sono sul ponte e me ne strafotto. Otto mesi di attesa, di attenzione a ogni scricchiolio, al minimo dolorino. Troppo tempo. Mi godo il ponte e non mi pare vero, anche se il bello deve ancora arrivare. Scendiamo a Brooklyn e c'è già un pacco di gente ai bordi delle strade, di tutte le razze e di tutte le età. Mi vedono e mi fanno:

"Let's go Roberto"

che in ispanico è così, Robberrrrrrto, ma in americano è un suono indescrivibile, una specie di Robodou che mi terrà compagnia fino alla fine. Sembra che mi conoscano tutti, Vamos Robbberrrrrrrrrrrrrrrto, let's go Robodou, che popolarità, che festa, che roba. Tutto effetto del nome scritto sulla maglia. Avevo letto, mi avevano raccontato. Ma mai avrei immaginato una cosa del genere. Sembrava che tutta New York mi conoscesse. Mi metto tutto sulla destra e saluto tutti quelli che mi salutano, cioè decine e decine di persone, Robbberrrrrrrrrto, Robodou, a uno do il cinque, all'altro un cenno con la mano, all'altro ancora un ciao. La prima volta che guardo il cronometro avevo già corso tre quarti d'ora, e manco me ne ero accorto impegnato com'ero nelle pubbliche relazioni. La cosa è commovente e divertente al tempo stesso, e a un certo punto comincio a pensare seriamente al mio futuro:

mi trasferisco a New York, entro nel ramo "mi chiamo Robodou, io corro e voi mi date il cinque" e vado avanti così.

Il record del trasporto emotivo lo batte una che sembrava Dee Dee Bridgewater con la metà degli anni e il doppio del peso: "Robodou, I love you". "Me too", le faccio io allungando il passo per evitare complicazioni. Ogni tanto mi prendo delle pause in mezzo al gruppo perchè mi frigge un po' la mano, troppi cinque dati a mani protese, e finchè sono bambini va tutto bene, ma poi arrivano ragazzoni vestiti da rapper, scaricatori di porto, cantanti di gospel. S-ciaff!, delle botte che non vi dico. Sul Queensborough Bridge mi accorgo che i segnali dell'allenamento imperfetto cominciano a farsi sentire. Entro a Manhattan ed è altra adrenalina, ma al chilometro 28 stop, mi fermo, al primo crampo maledetto che mi prende alla coscia sinistra, appena sopra il ginocchio. Tre settimane di potassio-magnesio servito a un cazzo. Sarà così fino alla fine: tre minuti di corsa e due di camminata per cercare di far passare i crampi, Iddio li strafulmini, che riappaiono con precisione scientifica ogni qual volta riesco a corricchiare per mezzo chilometro di fila. Ogni tanto mi fermo a fare stretching sulle transenne. "Robodou, don't give up, five miles more!" mi fa una vecchietta amorevole. Cinque miglia. E come le faccio?

Fossi stato a Milano, dove agli incroci ti insultano, dove se ti va bene corri da solo e nell'indifferenza generale,. mi sarei infilato in metropolitana direzione casa (ammesso di riuscire a fare le scale con quei crampi). Ma qui avevo due ali di folla attorno, due ali amorevoli, "Robodou! Let's go", e come avrei potuto lasciar perdere? Davo il cinque anche passeggiando, fino a Central Park, dove ho ripreso un po' di forza e mi sono imposto di finire almeno sotto le quattro ore e mezza, mezz'ora in pù del tempo che mi sarebbe piaciuto fare ma che il mio corpo mi ha impedito:

"Robodou, occhei, goditi questo momento. La prossima volta allenati meglio, pirlone".

Ok, corpo, ho imparato la lezione. Taglio il traguardo senza entusiasmo esterno ma con una certa emozione dentro. Non è stata la maratona che volevo, sportivamente parlando. Ma umanamente è stata meravigliosa. Questo è podismo globale, ragazzi, questa è l'essenza dello sport. C'era gioia, partecipazione, C'era una festa e il protagonista ero io, con gli altri quarantamila arrivati da ogni dove. Un'americanina mi mette la medaglia: "Nice job, Robodou". Beh, oddio, proprio nice magari no. Ma tutta 'sta roba mi rimarrà nel cuore. Sono un finisher. C'è il mio nome sul New York Times. Mi fanno le congratulazioni al bar e sull'ascensore. Nella capitale del mondo, dove si sta per votare il nuovo presidente, la vera gloria è per tutti i Robodou che sono arrivati in fondo.

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23:06 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (112) | Segnala | Tag: podismo, maratona, new york | OKNOtizie |  Facebook

01/11/2008

THE MARATHON

DOMANI

 

Cioè, il podismo è troppo intenso. Per esempio: a chi può mai capitare di beccarsi due ritorni all'ora solare in due domeniche consecutive, se non a uno che la settimana scorsa era a Milano e oggi è a New York a correre la maratona? Senza contare che sto vivendo e mangiando e passeggiando all'ora di New York, ma per il sonno sono ancora rigorosamente agganciato al fuso della Padania. Stamattina alle quattro ero già sveglio, e va bene così, perchè domani mattina la sveglia suonerà alle cinque. In pratica sto pianificando un abbiocco totale che mi dovrebbe assalire intorno alle dieci ora di New York, ma che sono le nove virtuali, e tutto ciò per consentirmi di dormire sufficientemente e svegliarmi domani mattina fresco come una rosa.

 

Naturalmente non sarà così.

 

Quando ho una gara dormo poco, e quasi mi compiaccio di questa mia emotività della vigilia: mi fa sentire un po' più atleta. Voglio dire: se dormissi profondamente, non sarebbe come se me ne fottessi un po'? E invece io dormo poco, e quando dormo continuo a svegliarmi. Un fenomeno che prima della maratona di Roma sono riuscito a portare all'estremo: non ho dormito un solo minuto, per poi correre 42 chilometri e scendere sotto le quattro ore. Quindi non mi preoccupo. Cioè: sono angosciatissimo, non sto nella pelle e non mi preoccupo. Non se se mi spiego.

 

Qui si vota tra tre giorni ma per strada non te ne accorgi. Invece c'è gente che corre, gente vestita da corsa che non corre, e gente vestita normale che fa gli auguri a quelli che devono correre. Gli italiani sono riconoscibilissimi. Vagano per New York alla ricerca di pasta (alcuni anche di informazioni sull'Inter) (vincere nel finale sul campo del'ultima in classifica non migliora la situazione del podista emotivo), trovando strani intrugli untissimi che domani chissà che effetto faranno. But who cares? Sono qua, cazzo, sono a New York il giorno prima della maratona, e per una ragione precisa: e cioè che domani sarò sul ponte di Verazzano con un sacco di altra gente a tirare le dieci. Un po' mi dispiace: di solito la prima domenica di novembre ero a casa a guardare la partenza e a commuovermi e a rodermi sul divano. Stavolta no. Vabbe' dai, me la farò raccontare.

 

(inviato dalla casa di ZioB, New York, verso le sei e mezza di sera, mentre sta scolando gli spaghetti)

 

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23:31 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (375) | Segnala | Tag: settore, new york, maratona | OKNOtizie |  Facebook

31/10/2008

MARATONA MENO DUE

L'ANSIA DA PRESTAZIONE

C'è una cosa più faticosa della Maratona di New York:

preparare la valigia per la Maratona di New York.

E' da tre giorni che ci giro attorno, infilo cose e le tolgo, lavoro di cesello, faccio calcoli meteo, mi misuro la temperatura basale. Tra sette ore devo partire e sono ancora qui che controllo la roba in totale confusione: del resto, come ricordare cosa ci ho messo tre giorni fa? E poi tre giorni fa ragionavo sul fatto che la temperatura media delle ultime dieci maratone di NY è stata di 13 gradi. Invece nella Grande Mela sono tutti intirizziti e domenica sono previsti 3 gradi alla partenza.

Comunque non è che poi mi serva molto: le scarpe, il passaporto, il portafoglio. Ma allora mi chiedo: com'è che la valigia pesa venti chili, e ho pure il bagaglio a mano?

Bene, con questo interrogativo vado a non-dormire. Peraltro spero di svegliarmi. Il podismo sa essere sfiancante.

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00:13 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (266) | Segnala | Tag: maratona, new york | OKNOtizie |  Facebook

24/10/2008

DI CORSA

TUTTO IN UNA VOLTA

(questo è un post intimista. Se avete bisogno di notizie sui muscoli di Cambiasso o sul recupero di Maxwell, vi consiglio la Pravda)

A febbraio, nell'atto di inviare il primo di una serie di tre bonifici e facendomi così il regalo più costoso della (mia) storia, avevo di fatto programmato un autunno di forti emozioni. Otto mesi fa mi immaginavo un ottobre molto podistico e un giorno come questo - venerdì 24, una settimana prima della partenza per New York - che presumibilmente avrei dedicato al controllo approvvigionamenti e alle pure fantasticherie steso a letto guardando il soffitto, dove avrei proiettato l'ennesima replica di un film bellissimo: il podista etiope di origine padana Settoreh che taglia il traguardo di Central Park in stato confusionale. Otto mesi fa, a febbraio, non sapevo ancora in quale incredibile tunnel mi sarei ficcato. L'idea del libro è nata a metà marzo, si è concretizzata tra maggio e giugno, ha preso definitivamente corpo tra luglio e agosto, è diventata realtà a settembre (realtà almeno per me, che nonostante tutto ancora non ci credevo) quando l'editore mi ha spedito la copertina, la prova provata che io, in effetti, avevo scritto un libro e che sarebbe stato regolarmente pubblicato se non altro per non vanificare il lavoro dell'art director. E' uscito il 7 ottobre, negli stessi giorni in cui spedivo il terzo e ultimo bonifico al tour operator che a peso d'oro mi porterà fino al Pont di Verrazzano. Insomma, tra la prima e ultima rata della maratona di New York ho scritto e pubblicato un libro, e questo un po' ti dice come vanno veloci le cose e, in fondo, come sa essere bella e varia la vita.

Stasera presento il libro a Pavia, ho lo scatolone con la roba di New York in corridoio e lo scavalco ogni volta che vado al pc e mando sommarie indicazioni per raggiungere la libreria. Tutto in una volta. Quando realizzi due sogni (o, più laicamente, concretizzi due obiettivi) e questi si accavallano, cos'è: figata o sfiga? Non posso fare il malmostoso, sarei un pirla. Ma così è troppo. Da settimane mi ritrovo in una sorta di Minipimer emozionale e non c'ero abituato. Mi sento un po' il colpa con New York, l'apoteosi del mio podismo sentimentale e bislacco, che ho preparato in maniera un po' sommaria, con la testa da un'altra parte, alla ricerca di una forma che non ho trovato perchè l'ho cercata alla cazzo, diciamolo pure. Ma vorrei vederlo, chessò, Paul Tergat correre la maratona di New York a nemmeno quattro settimane dall'uscita di un libro, tra gente che ti scrive mail e altre che ti chiede la dedica (che non è mica una cosa che butti giù due righe e vaffanculo. No, ti devi concentrare ed è faticoso).

L'uomo a cui si accavallano i sogni, comunque, ha già deciso come tirare sera. Tra mezz'ora, intanto, una bella corsetta in solitudine alla ricerca di endorfina. Poi qualcosa di spiritoso da dire questa sera gli verrà in mente, a meno che perda la voce tipo Fracchia sul puff o venga travolto dalle emozioni di una giornata che si è aperta con una lettera in cui gli dicevano: ehi bellicapelli, venerdì l'aereo parte un'ora prima, sincronizza l'orologio o sono cazzi.

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02/09/2008

AGENDA

ME LO SEGNO

Oggi mancano due mesi esatti alla Maratona di New York.

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14:25 Scritto da: settore in podismo | Link permanente | Commenti (54) | Segnala | Tag: maratona, new york | OKNOtizie |  Facebook